Domenica 18 Novembre 2018 - 1:36

Il Paese addormentato che ama ancora Sanremo

Opinionista: 

Giuseppe Scalera

Quando arriva Sanremo anche la politica si infila sotto le coperte e attende che le note svaniscano. In effetti, il Festival della canzoneresta lo specchio del Paese. La formula appare, ormai, collaudata. Agitare in uno shaker  i programmi televisivi più visti dell’ anno ( Tale e Quale Show, Zelig, Amici ), rimettere in pista qualcuno dei più illustri protagonisti, imbandire il tutto con qualche grande star internazionale e servire in tavola, all’ ora di cena, per cinque sere consecutive. Successo scontato, straordinaria visibilità sui media e sui social network, oltre 10 milioni di italiani attaccati al video, pronti a telefonare per il loro giovane idolo.

Ma la festa non finisce qui. All’ Ariston arrivano tutti i megadirigenti Rai, che non si siedono in prima fila ma preferiscono un profilo più basso ( la sobrietà di Mattarella ha contagiato anche Gubitosi e la Tarantola ), e l’attenzione si sposta non solo su quello che accadrà oggi ma soprattutto su quello che verrà trasmesso domani. Spazio, quindi, a Vittoria Puccini e alla sua fiction su Oriana Fallaci, ai ragazzi di Braccialetti Rossi, ai prossimi straordinari appuntamenti di un mondo che non deve fa riflettere ma produrre costantemente novità, da offrire settimanalmente in pasto al proprio pubblico.

Non so se tutto questo rappresenti il Paese, le sue inquietudini, le sue paure.

Soprattutto, mentre i guerriglieri dell’ Isis minacciano di essere già a sud di Roma e alcuni leader politici affermino come non ci siapiù tempo da perdere. 

E’ certo, però, che questo grande Barnum rifletta la voglia di non pensare, quel clima nazionalpopolare che serpeggia in molte serate radiotelevisive patetiche e ingombranti.

Nessuno nega l’ importanza della canzone italiana, lo straordinario seguito che registra anche grazie all’ eurovisione, il fiorire di nuovi talenti che, costantemente, vengono proposti. Né, tantomeno, il rilievo potrebbe partire da Napoli che ha fatto delle sue note ( raramente ascoltate, negli ultimi anni, a Sanremo ) una calamita di interessi e attenzioni di valore mondiale.

Ma pensare che, in cinque serate, non ci sia stato un minimo spazio per portare sugli schermi qualche grande protagonista della cultura italiana ( Dario Fo, Umberto Eco, Erri De Luca, Alessandro Baricco ma il campionario esemplificativo, ovviamente, è più ampio ) per far pensare, per lasciare un’ impronta, una qualsiasi traccia su come la parola scritta si confronti con la parola musicata, mi sembra, oggettivamente, un’ occasione perduta. 

E’ l’ideale palcoscenico di un paese addormentato, drogato dalla consapevole normalità di una satira che non riesce più a far sorridere, pronto ancora, nonostante tutto, ad incrociare i suoi sogni dietro una banale promessa di cambiamento, destinata a scomparire dietro la prima curva.

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