Lunedì 19 Novembre 2018 - 9:02

Il Pd ha due anime, deve sceglierne una

Opinionista: 

Ottorino Gurgo

È uno dei grandi paradossi della politica italiana: com'è possibile che il Pd, un partito che soltanto quattro anni fa, battendo ogni record, si era affermato come la forza politica più consistente del Paese, sia rapidamente precipitato i livelli più bassi, quasi da indurre qualcuno a prefigurarne la scomparsa? C'è, in questa caduta verticale, una componente di natura per così dire personalistica poiché ha indubbiamente giocato un ruolo non indifferente la demonizzazione del leader di questo partito, realizzata attraverso una efficacissima operazione mediatica. Sia chiaro: Matteo Renzi ha commesso degli errori, soprattutto di sovraesposizione, ma la sua colpa principale è stata quella di vincere troppo clamorosamente, cosa che, in primo luogo i suoi compagni di partito, non sono riusciti a perdonargli. Non a caso un antico proverbio ammonisce che "l'invidia dell'amico è peggiore dell'insidia del nemico". Ma, per valutare appieno la crisi del Pd e individuarne le cause e - possibilmente - i rimedi, è indispensabile far riferimento a considerazioni di carattere più squisitamente politico. Quattro anni or sono, il vitalismo di Matteo Renzi ha probabilmente coperto quelli che potremmo definire "i difetti d'origine" del partito, ma non è bastato a dar risposta all'interrogativo di fondo che accompagna dalla nascita questo partito. Qual è la sua vera identità? Si tratta di una forza politica di centro-sinistra, liberal progressista, saldamente ancorata ad analoghi modelli occidentali e segnatamente europei o, piuttosto, di una forza dominata dalla sua componente di sinistra? È possibile far convivere queste due anime tra loro, in realtà assai più diverse di quanto possono sembrare all'apparenza? Dare una risposta positiva è estremamente difficile. C'è - è vero - un precedente di convivenza all'interno dello stesso partito di componenti che erano espressione di tendenze addirittura opposte. Parliamo del Pci che Enrico Berlinguer concepì come "partito di lotta e di governo". Ma la formula berlingueriana non può essere adattata al Pd, sia perché nacque in un altro contesto, sia perché essa si reggeva sul carisma dell'allora leader del Pci. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e il Pd deve scegliere che cosa essere. Gli elettori che si sono allontanati dal partito in questi ultimi anni si contano a milioni. Per far ritorno all'ovile, hanno bisogno di certezze, di conoscere il progetto al quale dare il proprio consenso. Sino ad ora, dal 4 marzo in poi, i dirigenti del Pd non hanno dimostrato di volere e sapere prendere atto di questo stato di cose, continuando ad attardarsi in una serie di mediocri dispute interne che hanno ulteriormente allontanato gli elettori. Se non vuole scomparire, dunque, dal panorama politico (il che sarebbe dannoso per tutti, anche per i suoi avversari), il Pd deve cambiare rotta, indire il proprio congresso e soprattutto decidere - come abbiamo detto - se essere una forza liberal progressista o un partito di "sinistra-sinistra" in grado di recuperare la diaspora degli ultimi anni. Magari perdendo quel che gli resta della componente moderata. Per queste due opzioni ci sono già - e farebbero bene ad ammetterlo gli stessi diretti interessati rinunciando a tenere i piedi in due staffe - i leader idonei ad interpretarle. Sono Matteo Renzi per la prima e Nicola Zingaretti per la seconda. Ma la scelta tra queste due anime deve avvenire al più presto Subito, crediamo di poter dire. 

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