Domenica 19 Novembre 2017 - 11:01

Il Sud “entra ed esce” dall’agenda del Governo

Opinionista: 

Ermanno Corsi

Mettiamola così. Palazzo Chigi, sede del Governo, è come un Grand’hotel cui si accede passando per una porta girevole fatta a specchi. Chi ne è, tra deputati e senatori, un esperto, non ha problemi: entra (ha già la chiave in mano), apre la stanza giusta, chiede i soldi e riesce. Tranquillo e soddisfatto chi ha avuto quello che voleva (ha trovato le ragioni più “persuasive”); mortificato e a capo chino chi (non disponendo delle “entrature” giuste) non ha ottenuto nemmeno un quarto di quanto gli serviva. Nel lussuoso albergo romano si celebra così, ogni anno, il “rito” (col sapore di una lotteria) della distribuzione delle risorse nazionali. Di volta in volta si chiama Decreto di programmazione, Finanziaria economica oppure Legge di bilancio. Nell’agenda del Governo tutte le Regioni dovrebbero essere uguali. Invece di uguale, caricato però sulle spalle di tutte, c’è soltanto il debito pubblico (definito monarchicamente “sovrano”) che non accenna a fermarsi sulla soglia dei 2.279 miliardi. *** UNA VECCHIA STORIA . Nonostante qualche generoso tentativo “egualitario”, le cose non sono mai sostanzialmente cambiate. Il Nord tira l’acqua al suo mulino (ma spesso anche il Po è vistosamente inquinato), il Sud arranca. Certo, l’origine è la debolezza della sua classe dirigente. Molti deputati e senatori danno l’anima al diavolo per farsi eleggere, poi vanno a Roma e, come affermava Ernesto Rossi, confondono Montecitorio con Monteciborio (proprio un parlamentare napoletano vinse la gara dei panini: ne divorò una trentina in pochi minuti). Francesco Saverio Nitti, illustre meridionalista di origine “basilisca”, parlava dei “qualchecosisti”: coloro che si contentavano di piccole concessioni, “pitoccavano cose inutili” ma esigibili e programmabili per trarne vantaggi elettorali. *** UN CAMMINO ACCIDENTATO . Mentre incombono tanti “oscuri di luna” e nel panorama politico si procede a vista,la nuova Legge di bilancio (2018) incomincia l’iter al Senato. E proprio oggi un altro evento significativo (è il 7 novembre, giorno dedicato a san Fiorenzo: il santo “che fiorisce”, compatrono di Avellino). Presso la sala della Lupa alla Camera dei Deputati, viene presentato il Rapporto 2017 della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo delle regioni meridionali. Il presidente è Adriano Giannola studioso napoletano di fama non solo nazionale. Da tempo sostiene che il Mezzogiorno è la porta dell’Italia e dell’Europa verso il Mediterraneo e che la globalizzazione lo colloca al centro degli scambi mondiali. Per questo occorre ridistribuire meglio le risorse pubbliche. Il Sud può spingere il pil nazionale verso una crescita meno striminzita. *** UN PO’ DI LUCE ALL’ORIZZONTE.  Prima bisognava uscire dal buio fitto. Con gli ultimi Governi (Mario Monti ed Enrico Letta) la spending review aveva accentuato la depressione meridionale. Con Matteo Renzi il rottamatore, sembrò che il Sud poteva rialzare la testa. Ma il “Machiavelli fiorentino” ha finito con l’autorottamarsi scivolando malamente, con i suoi mille giorni da premier, sul referendum costituzionale. Sopravvisse però, con il Governo di Paolo Gentiloni, il Decreto per il Mezzogiorno. Si prese atto che gli investimenti, inchiodati sul 20 per cento, dovevano crescere fino al 34 come da tempo previsto (ogni anno ci sarebbe stato un miliardo e 63 milioni in più). Il Paese era pesantemente in debito verso la sua parte meridionale. Anche l’Unione europea dava molto meno rispetto agli impegni presi (a questi rilievi era tuttavia facile rispondere che “troppo spesso il Sud non spende,o non sa spendere,tutti i soldi che riceve”). Una svolta, pur tra polemiche spesso pretestuose, si cominciava comunque a intravedere. *** GENTILONI APRE GLI OCCHI . A Palazzo Ghigi da 11 mesi (ha ricevuto la “campanella” il 12 dicembre 2016) il premier si presenta come uomo d’onore, di chi vuol fare ciò che promette. Del resto il suo cognome è scritto nella storia politica del nostro Paese. Lui è imparentato con il conte Vincenzo Ottorino Gentiloni che, anche su mandato del Vaticano, nel 1913 firmò un “patto” famoso: i cattolici si ripresentavano nelle liste elettorali e si ricuciva il rapporto tra Regno d’Italia e Chiesa che Pio IX , allora nelle vesti di papa-re, aveva bruscamente interrotto. Riprende corpo, con il discendente Paolo, il 34 per cento degli investimenti ministeriali. Le risorse saranno agganciate alle quantità abitative. Un calcolo approssimativo dice che l’intera “torta” degli investimenti vale, da sola, almeno 50 miliardi l’anno. Ulteriore assicurazione viene da Renzi, questa volta leader del Pd, durante i lavori di Pietrarsa, l’ex polo ferroviario tra Napoli e Portici. Se il ministro per la Coesione nazionale, Claudio de Vincenti, trae un sospiro di sollievo, figuriamoci le regioni meridionali! *** MA ATTENZIONE . Premesse e promesse ci sono. Tuttavia troppe volte la via dell’inferno si è vista lastricata di buone intenzioni. Troppe volte dalla luccicante porta girevole del Grand’Hotel-Palazzo Chigi romano, il Sud è uscito a mani vuote. Restano aperte questioni spinose come l’Ilva di Taranto, Bagnoli e l’area Orientale a Napoli, così come richiederebbe una parola definitiva il Ponte sullo Stretto (il “braccio di mare a forma di imbuto” di cui già parlavano gli antichi romani). *** MORALE CURIOSA ALLA BANCA D’ITALIA.  Ignazio Visco/ senza alcun dubbio/ha fatto fiasco/Ma con il sì/di Mattarella/ lo ritroviamo/saldamente in sella.

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