Sabato 22 Settembre 2018 - 16:02

L’idea pericolosa del Partito della Nazione

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

Si è improvvisamente riaccesa, dopo l’effimera tregua raggiunta per l’elezione di Mattarella, la polemica interna al Pd. L’occasione è stata provocata dall’approvazione del Jobs Act, dalle proteste della SinistraDem di Cuperlo e dal rifiuto di Bersani di partecipare alla riunione dei parlamentari democratici. Io credo che il problema sia molto serio e che vada analizzato ben al di là di ciò che agli occhi dell’ormai sfiduciato ed insofferente cittadino qualunque – quotidianamente alle prese con problemi di sopravvivenza economica e di disagio sociale - è potuto sembrare una ennesima puntata della inconcludente sceneggiata politica che si sta recitando fra i partiti e dentro i partiti. Sono tra coloro che non da oggi vanno sostenendo come vi sia nell’azione di governo di Renzi una stridente contraddizione tra elementi positivi (alcuni dei quali vanno comunque verificati alla lunga distanza) che hanno avuto efficaci ricadute sul piano sociale come su quello dei diritti civili e scelte di gran lunga negative che dietro la fattispecie concreta ha spesso fatto trapelare una pericolosa tendenza al leaderismo populistico e anticostituzionale. L’ansia da prestazione e da risultato ha avuto la meglio sul rispetto delle prerogative del Parlamento e, cosa ancora più grave, su alcuni principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale. Si può ben comprendere il nocciolo duro dell’agire politico renziano tutto centrato sulla velocità delle decisioni e sulla religione delle tabelle di marcia da rispettare (e addirittura sul contingentamento orario delle riunioni, dentro e fuori del suo partito, dedicate all’analisi e all’approvazione delle proposte di riforma), ma non bisogna sottovalutare l’indebita pressione del potere esecutivo su quello legislativo e giudiziario che hanno fortunatamente i loro tempi fatti di procedure stabilite dalle leggi e dalla Costituzione. Spesso, in questa atmosfera di generale e generica condanna di tutto ciò che sa di politica dei partiti, si dimentica che il Parlamento è l’espressione della volontà dei cittadini che va tradotta, secondo il principio della rappresentanza, in leggi e decisioni politico-programmatiche. Come giustamente ha osservato Zagrebelsky, i tempi dell’esecutivo e i tempi della politica parlamentare non sono sovrapponibili, pena lo scompaginamento delle elementari regole costituzionali. Naturalmente Renzi non può scoprire ancora le sue carte, non può ancora annunciare quello che è in fondo il suo progetto, e cioè la creazione di un premierato alla francese, non avendo ancora il totale controllo del potere legislativo, e allora si esercita in una sorta di guerriglia semantica e retorico- populistica. Per cui chi è contro le riforme sta fuori della modernità, chi non accetta il Jobs Act (della cui incostituzionalità quasi tutti i più noti giuristi sono convinti) fa ideologia, chi chiede tempi normali di discussione e di confronto nel Parlamento e nel paese è fuori dalla grande idea del “Partito della Nazione”. Ed è proprio questa prospettiva che mi mette sull’avviso e mi preoccupa fortemente. Non capisco perché coloro che si richiamano alla sinistra democratica e riformista sarebbero antimoderni (e Renzi tra l’altro dimentica che il Pd fa parte della famiglia del Pse), mentre chi ventila l’ipotesi di un grande partito della Nazione rappresenterebbe la novità, trascurando il piccolo particolare che questo partito già esisteva in Italia e si chiamava Dc. Allora torno per un momento al Jobs Act e mi chiedo cosa c’è di moderno in un processo, come è stato definito, di decostituzionalizzazione dei diritti del lavoro e che riporta il rapporto tra lavoratori e datori di lavoro ai livelli ottocenteschi di diritti tutti sovradimensionati per gli imprenditori e drasticamente ridotti per i lavoratori, come testimonia la libertà di licenziamenti non solo individuali ma anche e soprattutto collettivi, a meno che non si scambi per diritti “moderni” l’antica abitudine dei padroni o di licenziare liberamente o di monetizzare con qualche indennizzo di durata minima il licenziato. Dice il vecchio adagio attribuito al mugnaio di Potsdam: “Ci deve pur essere un giudice a Berlino!”. Per dire che fidiamo nella saggezza della suprema Corte e nel suo potere di vigilare sulla costituzionalità delle leggi, specie se decreti dell’esecutivo, a meno che non si dirà anche delle sue sentenze che sono di stampo medievale. 

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