Martedì 16 Ottobre 2018 - 6:47

La chiamiamo ancora città

Opinionista: 

Pietro Lignola

Cari amici lettori, io resto dell’idea che l’invasione musulmana sia “il” problema dei nostri tempi, sicché sarebbe giusto vestire i panni di Catone e quotidianamente ripetere “Isis delenda est”. Ogni tanto, tuttavia, è il caso di rivolgere l’attenzione a quel che accade nelle immediate vicinanze e che, talvolta, rischia di colpire in tempi brevi il nostro perennemente minacciato “lato B”. Il fatto della settimana è, fuori di dubbio, l’ascesa dello sceriffo salernitano al soglio della candidatura democratica regionale, già da lui ricoperto senza successo nella precedente tornata elettorale. Si tratta di uno dei molti misteri che allignano nella repubblichetta italica fra le bolge dei misteri politico-giuridici. De Luca, condannato in primo grado per reati contro la pubblica amministrazione, è decaduto dalla carica di sindaco di Salerno e non potrebbe esercitare le funzioni della carica cui gli è consentito di candidarsi ed essere eletto. Quale mostruosa illogicità! È, ovviamente, un effetto assurdo e perverso del sistema creato per togliere di mezzo Berlusconi e lasciare via libera al totalitarismo della sinistra che, come ogni sistema illiberale, ha bisogno di due pesi e due misure o, per dirla alla napoletana, “addo’ véde e addo’ cèca”. Io mi auguro, ovviamente, che sulla poltrona di Santa Lucia sia confermato Caldoro; me lo auguro non soltanto perché è della giusta parte politica, ma perché possiede due qualità assolutamente incredibili ai giorni nostri. La prima è la sua indubbia capacità amministrativa: egli ha saputo risanare i conti della Regione Campania, orribilmente dissestati dalla gestione bassoliniana. La seconda, che peraltro temo possa nuocergli elettoralmente, è la sua modestia mediatica: quanto diverso dagli insopportabili esternatori a tempo pieno, come de Magistris, Renzi e lo stesso De Luca! Caldoro è uomo del fare, non uno di quelli che “se vénnono ‘a chiàcchiara”, e scusate se è poco! Mi auguro, altrettanto ovviamente, che non sia eletto De Luca, del quale ricordo la disinvolta manovra con la quale cambiò il piano regolatore salernitano, al grido: “’O termovalorizzatore ‘o faccio io o nun ‘o fa’ nisciuno!”. Fulgido esempio di assoluto disinteresse personale e di completa dedizione al bene pubblico! Veniamo ora a quel che succede a Napoli, ove Palazzo San Giacomo non è certo avaro di proclami, tanto che consiglierei a Giggino di assumere un araldo: quel personaggio, sapete, che nel medioevo andava in piazza con il clarino (la tromba in uso a quei tempi) e, dopo il grido “Udite! Udite!”, leggeva al popolo i proclami, quasi sempre spiacevoli, del signore feudale. Secondo i proclami di Giggino, il quale periodicamente insedia una “task force” per risanare il tessuto urbano, tutto va nel migliore dei modi possibili nel migliore dei mondi possibili. Verifichiamo allora i bollettini di guerra. La maggiore difficoltà è nella scelta da dove incominciare. Prendiamo allora le mosse da quello che il sindaco vuol fare: una settimana fa egli ha annunziato un piano di rilancio per l’area occidentale (Bagnoli, ex Italsider). Ma non era roba commissariata (anche se nulla s’è mosso) dal governo? Forse per questo Giggino vi si concentra: non potendo far nulla, non commetterà errori. Passiamo a ciò che realmente accade a Napoli e cominciamo dai trasporti. Due settimane fa un treno della metropolitana (quella nuova, con le stazioni più belle del mondo) s’è ritrovato fermo sotto un tunnel: i passeggeri, per raggiungere una via d’uscita, sono stati costretti a scendere e percorrere un chilometro a piedi. Un cittadino disabile ha sporto denunzia per essere rimasto del tempo nella stazione Toledo (la più bella!) per il blocco degli ascensori. Che cosa era successo? Dopo tre giorni i responsabili hanno appurato che un filo in corto circuito aveva fatto scattare l’interruttore generale “proprio come può accadere per un normale impianto domestico” (sic!). E meno male che metropolitana e funicolari inaugurate nell’800 e nel ‘900 non vanno soggette a simili incidenti, forse perché modernamente dotate di sistemi d’emergenza. Se i treni non sono sicuri, dobbiamo muoverci in superficie, dove tutto dovrebbe andar bene grazie all’ultima task force della Napoli Servizi, che versa mille sacchi d’asfalto alla settimana nelle buche. Sì, vabbè, appena piove le buche si riaprono. Ma fùsse sòlo chésto! C’è stato il fosso gigante, quello che in via Campanile a Pianura s’è mangiato un camion della munnézza e poi tutta la strada, provocando lo sgombero di quattro palazzi (forse in futuro questo toponimo, già in uso per piazza Nicola Amore, designerà quel luogo di Pianura). Un crollo dovuto, da ultimo, alla mancanza di manutenzione, nonostante fosse annunziato da oltre un anno e nonostante le segnalazioni dei cittadini. Più piccino (ma più recente) il crollo (dall’alto, questo) della Riviera di Chiaia, dove non ci hanno fatto quasi caso, essendo ancora aperta dal marzo 2013 la ferita di Palazzo Guevara ed essendo ancora sfollati molti residenti. Poi ci sono gli alberi a rischio (ricordate la morte della signora Alongi, alle cui esequie Giggino non ando?), che hanno provocato la chiusura di un tratto di Via Manzoni. La caduta di un albero al Museo ha provocato un blocca del traffico, fortunatamente più breve. In cauda venenum: la settimana scorsa una donna di settantaquattro anni è caduta, in via Cavalleggeri d’Aosta, a causa di una buca sul marciapiede e ha perso un occhio. A noi contribuenti Palazzo San Giacomo costa un occhio; ma è un modo di dire. Alla povera signora, invece, è successo alla lettera. La fortuna di Giggino è che non è ancora in vigore, qui da noi, la sharia. Si poteva altrimenti, applicare il principio “occhio per occhio, dente per dente”. Per concludere, un altro danno ai contribuenti, che risale però al tempo in cui il sindaco era pm: un magistrato indagato “a schiòvere” ha ottenuto il risarcimento dallo Stato, e quindi da noi. L’azione contro Giggino non è stata ammessa perché le leggi prescrivono in tempi brevissimi il diritto del cittadino a rivalersi sul colpevole. Lo stesso è successo per Vittorio Emanuele di Savoia. Ma là Giggino è innocente: è stato Woodcock.

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