Martedì 13 Novembre 2018 - 6:49

La Costituzione violata e il regime del 41 bis

Opinionista: 

Gerardo Mazziotti

Quando i padri costituenti scrissero la Costituzione la mafia e la camorra erano due fenomeni criminali da combattere in modo deciso. E istituirono la commissione parlamentare antimafia (20 deputati e 20 senatori) per aiutare la magistratura a processare e condannare i loro affiliati. Però non ebbero alcun dubbio nello scrivere l’articolo 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ma Marco Pannella non cessò mai di denunciare la vergogna del suo mancato inveramento. La conoscenza dell’art. 27 avrebbe evitato al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (il 41 bis non si tocca), alla signora Maria Falcone (i giudici europei non conoscono la mafia) e al pm Nino Di Matteo (ai mafiosi in 41 bis non è mai mancata l’assistenza sanitaria) di contestare la sentenza della Corte europea dei diritti umani che il 25 marzo scorso ha condannato l'Italia per “avere applicato il regime del carcere duro a Bernardo Provenzano nonostante le sue gravi condizioni di salute e per averlo sottoposto a trattamenti inumani e degradanti”. Il carcere duro del 41 bis venne introdotto dalla legge Gozzini e riguardava inizialmente soltanto le situazioni di emergenza nelle carceri italiane. E aveva carattere provvisorio. Ma a seguito della strage di Capaci fu introdotto un secondo comma per consentire al ministro della Giustizia di sospendere per gravi motivi di sicurezza pubblica le regole di trattamento e gli istituti dell'ordinamento penitenziario nei confronti dei detenuti affiliati alle organizzazioni criminali. E, nel contempo, di prorogare sine die il 41 bis. Che è diventato definitivo. Nel 1995 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene inumane e degradanti visitò le carceri italiane per verificare le condizioni di detenzione dei soggetti sottoposti al regime del 41 bis. Secondo i componenti la delegazione questo tipo di carcerazione è risultato il più duro. “I detenuti sono privati di tutti i programmi di attività e si trovavano tagliati fuori dal mondo esterno. (…) La durata prolungata delle restrizioni provoca effetti dannosi che si traducono in alterazioni delle facoltà sociali e mentali, spesso irreversibili”. Un giudice americano negò nel 2007 l'estradizione del boss mafioso Rosario Gambino perché considerava “il 41 bis una forma spietata di tortura”. Per avere contezza di cosa si parla bisogna sapere che la cella del 41bis ha una dimensione di due metri per due e mezzo, senza finestre, con un lettino, un wc e un lavabo, un mobiletto, un televisore e un fornelletto per il caffè. In questo spazio il detenuto passa ventidue ore al giorno e per le restanti due ore l’unico svago è una passeggiata lungo un corridoio semibuio. Il pensiero andrebbe ai Paesi che violano i diritti umani. E invece no. Siamo in Italia. E le condizioni appena descritte sono tanto reali quanto inquietanti. Anche se le persone che le subiscono sono criminali, boss mafiosi e terroristi Il regime del 41 bis è stato giudicato dal Papa “una forma di condanna a morte perché il condannato sviluppa sofferenze fisiche e psicologiche come la depressione, la paranoia, l’ansietà e la tendenza al suicidio. Un metodo inumano e degradante perché i detenuti, privati di tutti i programmi di attività lavorativa volti al loro ravvedimento e al loro recupero, vivono una condizione alienante”. Quando il criminale Al Capone, noto come Scarface e dichiarato dalla stampa americana “nemico pubblico numero uno”, venne condannato a undici anni per evasione fiscale e rinchiuso nel carcere di Alcatraz fu trattato come un qualsiasi detenuto. Nessun carcere duro per lo spietato gangster di Chicago, mandante di molti omicidi, alcuni commessi da lui. Tornò in libertà dopo avere scontata metà della pena per buona condotta (?) e non si occupò più di attività criminali. Morì dopo pochi anni nel suo letto.  

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