Mercoledì 22 Novembre 2017 - 13:40

La giustizia penale dovrebbe ponderare

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

Un mio assiduo lettore, che Dio non gliene voglia, fermandosi sull'ultimo articolo che ho pubblicato su questo giornale la scorsa settimana, me ne ha chiesto la continuazione. A malincuore, ma assecondo il suo desiderio. A malincuore, perché certi svolgimenti talora è inopportuno darli, talaltra addirittura dannoso perché è spesso preferibile piuttosto una sollecitazione dell'altrui spirito critico, che una definizione delle cose, sempre incerta e carente. Ma tant'è. In quel mio intervento trovavo assai improprio, oltre che socialmente dannoso il fatto – ormai ciclico – d'una Magistratura la quale, ogni qual volta – dalla caduta della cosiddetta Prima Repubblica da essa stessa causata (o almeno portata ad effetto) – si presenti all'orizzonte italiano un uomo carico di potenziale politico: e cioè della possibilità di elaborare un orizzonte d'aspettative e di, almeno in parte, attuarlo; ogni qual volta ciò accada (con Berlusconi, Prodi, Renzi), costui o il suo apparato di sostegno divengono oggetto di peculiarissima attenzione da parte degli organi inquirenti, vale a dire d'una qualche Procura della Repubblica. La mia osservazione, ben s'intende, non nasce da una prospettiva tecnico-giuridica, questo no: non ho mai pensato che sul piano del diritto vigente sia possibile efficacemente contestare qualcosa agli investigatori togati. Certo, possiamo ammettere che nel condurre le indagini, costoro si lascino andare a qualche libertà, forzatura o, chissà pure, abuso. Non sono queste le categorie che m'appassionano. Anche perché, se non si è intimamente ipocriti, non si può negare che quando s'indaga, qualche norma è pur necessario violarla: non si ci trova esattamente tra cortigiani di Luigi XIV, dove l'etichetta fu il valor primo (pure colà, peraltro, dietro d'essa, come oggi dietro le leggi, correvano le peggiori cose). No, non sono le categorie giuridiche ad appassionarmi, in questo caso. Anche perché quasi un quarantennio di studi giuridici e di pratica forense m'hanno a iosa insegnato che nulla di meglio del diritto c'è per tutto giustificare. Quel che m'interessa sono le categorie storiche o, se si vuole tecnicizzare, sociologico-politiche. La Magistratura, in qualsivoglia funzionante sistema, assolve al compito di garantire le condizioni di cooperazione sociale. Cioè a dire che nessuno agisca in modo antisociale, ponendo in essere condotte che pongano a rischio i termini della civile convivenza. Orbene, dato per assunto che nessun uomo vive senza commettere qualche reato – concezione, mi sembra, che m'avvicina ad alcune teorizzazioni di Pier Camillo Davigo, con deduzioni però differenti – la giustizia penale, atteso che non ha nulla, ma proprio nulla, da vedere con quella divina, dovrebbe occuparsi alacremente, trascegliendo tra le infinite possibilità d'intervento, di quei fenomeni di violazione che effettivamente danneggiano la comunità. E dovrebbe ponderare, ben sapendo che la sanzione penale fa sempre in certo qual modo danno, perché rompe sempre situazioni che si son costituite e sulle situazioni costituite vivono le società. Dunque dovrebbe intervenire quando giova alla comunità, non quando fa più male ad essa che bene. Dovrebbe, appunto, ponderare. Faccio un esempio: perseguire il leader Berlusconi per il caso Rubi – una, forse, 17enne e 8 mesi non abitualmente dedita agli esercizi spirituali – e perdere la protezione delle nostre coste dall'immigrazione per la caduta di Muhammar Gheddafi in Libia (in quei giorni Berlusconi non poté opporsi al folle disegno colonialista di Sarkozy, perché nessuno voleva parlar con lui, sapendolo sotto intercettazione telefonica): perseguire penalmente quel presidente del Consiglio in carica a tutela della supposta minorità di Rubi, è stata scelta saggia della Magistratura, ha preservato opportunamente gli interessi della Nazione e quelli individuali dei singoli cittadini? Ben conosco la risposta, d'inconsistente matrice idealistica: siamo tutti eguali dinanzi alla legge, valga la legge perisca il mondo. Tanto di cappello. Perché proprio questo è il punto: il criterio sulla base del quale organizzare la società. Se la Magistratura inquirente ha base burocratica e fonda sul culto della legge (generale ed astratta, si fa per dire, io direi: attuata da un prepotente generale distratto), è ben chiaro che nulla può obiettarsi. Perseguire un leader politico che ha in mano le sorti del Paese (o un suo familiare, con effetti analoghi) o un pericoloso stupratore seriale, risponde allo stesso criterio: l'attuazione del comando della legge. Solo che, non trattandosi della legge divina decretata dal Sommo Dio Giusto, bensì della imperfettissima legge umana che ha finalità sue proprie di conservazione sociale, a me pare che il criterio non regga (e non esiste in paesi importanti e civili più del nostro). Ed a me pare che la scelta, perché di scelta sempre si tratta, d'azionare (e con che zelo!) la forza dello Stato per perseguire il crimine non possa essere indifferente (ancora una volta, si fa per dire), ma debba rispondere alla comunità nel cui interesse è compiuta. E che quindi sia venuta l'ora – anzi è venuta da tempo – di pensare ad una ristrutturazione del nostro sistema giudiziario. Tutto qui.

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