Lunedì 24 Settembre 2018 - 14:31

La perdita d’influenza della classe operaia

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

Un autorevole e ben noto giurista napoletano, Andrea Proto Pisani, coerente intellettuale dell’area del cattolicesimo democratico e, dunque, non assimilabile alla tradizione della sinistra socialista o comunista, ha scritto sull’ultimo numero del “Il Tetto”, l’antica e battagliera testata fondata, tra gli altri, da Pasquale Colella, un breve saggio dal titolo: “L’urgenza di un nuovo Carlo Marx”. Il suo sottotitolo enuncia l’idea centrale che caratterizza il ragionamento dell’autore: “Note minime per superare lo sfruttamento del ‘ceto dei poveri’ nella società postindustriale”. Il ragionamento di Proto Pisani muove da una semplice, quanto inoppugnabile, presa d’atto e cioè la progressiva perdita di influenza, politica e sindacale, della classe operaia. Il che ha come inevitabile conseguenza la crisi della sinistra, non solo in Italia, ma anche in Europa e nelle maggiori nazioni industrializzate. A una soggettività operaia ben visibile e socialmente identificabile almeno fino alla fine degli anni ’80, si è sostituita una miriade di esseri umani, privi, o quasi, di ogni legame sociale, isolati e chiusi ognuno nella propria situazione: un esercito di disoccupati e sottoccupati, di anziani pensionati sempre più numerosi, di poveri sempre più in crescita (la soglia di povertà in Italia riguarda ben 4 milioni e 700.000 persone, secondo i dati Istat del 2017), di lavoratori che operano nell’ormai predominante sistema informatico e robotico o che affollano sempre più il settore terziario. Bisognerebbe trovare un “nuovo Marx”, non quello male interpretato e purtroppo diventato simbolo di drammatiche svolte autoritarie e di efferate dittature, ma quello che con la sua profonda analisi economica aveva saputo dar corpo ad una lettura di un passaggio d’epoca quale fu quello, nella seconda metà dell’800, della grande industria e delle nuove forme del lavoro salariato. Insomma occorre che si metta all’opera non un improbabile uomo della provvidenza, il Marx del 2000, ma un collettivo che non si limiti a trovare correttivi all’attuale modello di produzione capitalistica, ma anche a riscoprire, ammodernandoli e ripensandoli, i valori intramontabili, i diritti umani universali di cui parlava Stefano Rodotà e non solo quelli più citati della libertà e dell’eguaglianza ma anche quello meno esercitato in quest’epoca di odio xenofobo e razzista: la fraternità tanto spesso evocata da Papa Bergoglio. Questo vuol dire abbandonare la marxiana critica dell’economia politica? Per certi versi sì, quando si pretenda di applicare meccanicamente analisi e proposte politiche appartenenti a un altro mondo e a un altro modo d’essere del capitalismo. Ma ciò non toglie che si debba partire dalla consapevolezza che bisogna opporsi, in nome dell’equità e del rispetto della dignità umana, alle nuove forme di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, forme spesso le più degradanti e umilianti (dai braccianti italiani e stranieri schiavizzati per pochi euro al giorno, ai dipendenti dei call center e dei mega centri commerciali), allo strapotere delle multinazionali, alla dittatura dell’intoccabile divinità pagana della contemporaneità: il mercato e la nuova lotta di classe capace di fronteggiarlo. Qualcuno si affanna a ricordarci, novello Salomone, che la lotta di classe è morta. Io penso, al contrario, che essa, in Italia come nel resto del mondo, sia stata messa in soffitta, ma spesso proprio dai rigattieri e dai robivecchi si trovano inestimabili tesori perduti.

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