Giovedì 15 Novembre 2018 - 10:23

La politica dissolta perché senza cultura

Opinionista: 

Vincenzo Nardiello

Morta. Finita. La cultura politica non esiste più. E con essa sono spariti anche gli intellettuali. Colpa della crisi, che ha ridotto qualsiasi scelta politica alla sua unica dimensione economica, e della globalizzazione selvaggia, che con le sovranità statuali ha abbattuto anche i pensieri nazionali. Ma colpa soprattutto di partiti ridotti a macchine di potere, senza più alcuna capacità progettuale e degenerati in comitati elettorali al servizio del leader di turno. Gli spazi dell’elaborazione politica si sono così via via sempre più ristretti. Fino ad annullarsi. Le fondazioni, inizialmente chiamate a sostituire i vecchi luoghi della riflessione culturale, si sono trasformate a loro volta in strumenti di potere opachi e raccoglitori di denaro per capi e capetti a corto di risorse pubbliche e private. L’incapacità della politica di sviluppare progetti che vadano oltre il tentativo di conquistare uno zero virgola di consenso in più, è anche figlia del vuoto ideale che ci circonda. Tuttavia, mai come in questo caso vale il detto che chi è causa del suo mal pianga se stesso. A sinistra gli intellettuali si sono consumati in un progressivo processo di asservimento al principe. Sono stati tra i principali responsabili del dissolvimento dell’identità della gauche. Un lungo tramonto, iniziato alla fine degli anni ’70 del ’900, con la decisione di Berlinguer di brandire la questione morale per rimediare al fallimento della strategia della solidarietà nazionale. Si aprì così un lungo processo d’irrigidimento moralistico che, sostituendo l’etica alla politica come cifra di fondo della vita pubblica, ha poi ridotto il confronto a un duello tra presunti onesti e presunti corrotti. Inoltre, abbracciando l’ideologia dei diritti individuali e il giustizialismo, la sinistra pensante ha inconsapevolmente gettato le basi per l’ascesa del M5S che, nel nostro tempo “vaffanculista” e digitale, celebra il cimitero delle idee nel quale la politica è stata sepolta. A destra è invece accaduto un fenomeno diverso, concentrato soprattutto negli ultimi anni: il divorzio progressivo tra democrazia, sovranità e liberalismo; l’accettazione supina della nuova separazione - stavolta sull’onda della rivoluzione tecnologica - tra capitale e lavoro; l’adesione acritica alla globalizzazione senza regole e a un sistema in cui non è più il lavoro a produrre la ricchezza, bensì il denaro. Tutto ciò ha scavato un solco profondo tra il centrodestra e il suo popolo. Il crescente consenso alla Lega è figlio di tutto ciò: è la giusta reazione di chi è alla disperata ricerca di un nuovo pensiero forte. Ma per ricostruire il centrodestra su basi nuove non basta. Manca la cultura politica. Non è un caso se la nascita del centrodestra fu preceduta e accompagnata dall’impegno (che fine ha fatto l’impegno?) di tanti uomini di cultura. Cosa sarebbe stata la Lega senza Miglio? An senza Fisichella o Armaroli? E Fi senza Pera, Melograni, don Baget Bozzo, Martino e tanti altri? Intellettuali, pensatori e iniziative editoriali 25 anni fa animarono un dibattito fecondo. Poi quel patrimonio si disperse e sull’argomento riemerse il vecchio complesso d’inferiorità della destra. Ci fu chi disse che «con la cultura non si mangia ». Tutto finì. Eppure, dopo il crollo della destra storica, agli inizi del ’900 fu ancora la cultura a rianimare il mondo alternativo alla sinistra. Idealismo, nazionalismo, teoria delle élite, futurismo e superomismo dannunziano prepararono una destra nuova, rivoluzionaria e conservatrice. Se il centrodestra oggi non riesce a ritrovare le ragioni per rifondarsi, è anche perché non dispone di una classe dirigente intellettuale all’altezza. Perché senza cultura la politica è niente.

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