Domenica 28 Maggio 2017 - 10:52

La ragnatela infetta sui soldi dello Stato

Opinionista: 

Ermanno Corsi

Sentiamo spesso la Corte dei Conti o l’Autorità anti-corruzione (Anac), lanciare l’allarme: sul Paese si è steso un torbido sistema corruttivo che distrugge il 30 per cento delle risorse nazionali. Come dire che se riuscissimo questa rete ingombra di pessimi politici, faccendieri dalla vocazione criminogena, imprenditori senza il coraggio dell’impresa ma pronti a patteggiare anche ai livelli più squalificanti, si recupererebbe tanto di quel denaro da risolvere di colpo i più soffocanti problemi, quelli che impietosamente ci tolgono il respiro. Ci chiediamo spesso: ma quali sono le strade dell’affarismo e della corruzione pubblica?

*** TUTTE LE STRADE PORTANO A ROMA. Destino crudele ma tant’è: capitale corrotta, nazione infetta. La “caput mundi” da tempo porta il segno inconfondibile di una “caput immundi”, un segno che va dal Campidoglio alle sedi di molti Ministeri. Uno in particolare: quello dell’Economia e delle Finanze che dal 1997 è azionista unico della Consip. Se non fosse per la Magistratura, di questa sigla (Concessionaria dei Servizi informativi pubblici) non sapremmo quasi niente, forse che si tratta di uno dei tanti acronimi dietro i quali operano chi sa quali apparati, ma non avremmo mai saputo perché e a vantaggio di chi. Tuttavia, come si dice, per nostra fortuna il diavolo fa le pentole ma a volte dimentica i coperchi. Ora sappiamo: la Consip gestisce la spesa pubblica per beni e servizi di cui la Comunità nazionale ha bisogno. Di fatto è la centrale acquisti della Pubblica Amministrazione: deve operare nell’esclusivo interesse dello Stato anche se poche volte lo Stato ne trae benefici.

*** UN’ALLEANZA PERVERSA. È quella fondata sulla logica “il denaro per il potere” e, di conseguenza,” il potere con il denaro”. Gli appalti sono il grande punto di arrivo. Ma come si arriva alla Consip, uno dei “cuori” della ragnatela infetta? La via maestra è la malapolitica abitata da troppi faccendieri (peccato che nella vicenda giudiziaria siano coinvolti due esponenti napoletani come l’ex deputato Italo Bocchino e l’ex presidente della Regione Campania Stefano Caldoro). Singolare la irresistibile ascesa dell’immobiliarista Alfredo Romeo. Già “gestore” di grandi patrimoni pubblici (come quello del Comune di Napoli), mette ora gli occhi sul nuovo appalto che sfiora i tre miliardi. Ma come arrivarci per primo senza essere secondo a nessuno?

*** NUOVI PROVERBI. Un tempo si diceva “chi va a Roma perde la poltrona” (valeva per chi si attardava o chi lasciava un posto incustodito). Adesso chi va a Roma per primo la poltrona la conquista. Alfredo Romeo sa come fare. Il suo cognome è una metafora e un destino. Romeo è sempre stato, nella tradizione cristiana, il pellegrino che va a Roma soprattutto in particolari momenti storici. Da qui il nome di “strada romea”. Il Romeo casertano di Cesa non perde tempo. Elegante, riservato, sempre abbronzato, non aveva perso tempo a diventare un “ragazzo d’oro” agendo con scaltrezza, fin dai primissimi anni, sul mercato delle compravendite a favore di grossi privati e importanti Enti pubblici. Che poi non sia mancato qualche “contrattempo” giudiziario, non ha importanza (come l’arresto nel 1993 al tempo della famigerata tangentopoli). Lui non si è mai depresso e fermato.

*** SISTEMA COLLAUDATO. Per mettere le mani sulla Consip occorrono “collaboratori” esperti e fidati. Una tangente, in questo caso da 100 mila euro, apre la prima porta. Ci vuole però uno che la apra dal di dentro e qualcuno che da fuori sappia bussare il campanello giusto. Queste nuove figure hanno compiti precisi. All’interno c’è un “prototipatore” col compito di preparare bandi di gara “su misura”, fatti a immagine e somiglianza di chi se li dovrà aggiudicare ( ravvisato in chi “patteggerà” le “dazioni” più alte). Per Alfredo Romeo, raccontano maliziosamente le cronache giudiziarie, viene tagliato un bando “come uno degli abiti sartoriali che lui ama indossare”. All’esterno ci sono i “facilitatori”: i personaggi che, per i ruoli istituzionali svolti, sono in grado di “captare” per primi, e “vendere”, le notizie che contano. Romeo si sente in una botte di ferro.

*** MA IL DIAVOLO NON CI STA. E dai suoi recessi infernali ci mette la coda. Nel momento in cui l’affare sta per essere siglato, Romeo si sente così sicuro da scaricare sbrigativamente le due “voci di dentro”. A una, lui che ha il mito dell’eleganza, dice quasi con disprezzo: ”La vuoi smettere di comprarti vestitielli da pochi soldi al mercatino della Duchesca o a Porta portese?”. A un’altra: ”Siamo arrivati a 100mila, può bastare; mica sono il pozzo di San Patrizio”. Allora una delle due voci diventa “gola profonda”. Salta così un coperchio grande come una casa. Si trovano “pizzini” (in una discarica di via Pallacorda a Roma), si sentono registrazioni in cui si parla di erogazioni mensili di 5 mila euro per volta, offerte di viaggi-premio all’estero o vacanze a Ischia, utilità varie e costose.

*** BOCCA CUCITA. A 64 anni, Alfredo Romeo è a Regina Coeli da diverse settimane. Interrogato non risponde, chiede la libertà provvisoria e non l’ottiene. Ma lui non ne fa un dramma. Nella prima cella aveva come compagno un giovane albanese che gli faceva volentieri da cameriere. Nella nuova sta con Stefano Ricucci famoso per la sua scalata (e scivolone) nella finanza e nell’editoria (Corriere della Sera). I due hanno perciò di che raccontarsi!

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