Domenica 21 Ottobre 2018 - 8:49

La storia e le rivoluzioni culturali e sociali

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

Ho studiato alla “Sapienza” di Roma e lì mi sono laureato l’8 maggio del 1968, dunque nel pieno delle lotte studentesche avviatesi agli inizi di gennaio con le occupazioni di Torino, Padova, Pisa e Roma e che ebbero, a livello europeo, il loro impatto maggiore con il maggio francese. Cinquant’anni sono alle mie spalle e sento ancora forti ed indimenticabili le emozioni che provai e le scelte politiche che compii, almeno a partire dal 1966, da quando studenti e docenti della mia Facoltà di Lettere ne occuparono la sede in segno di protesta per l’assassinio di mano fascista del giovane studente socialista Paolo Rossi. Era il segnale che anche nella roccaforte della destra universitaria era possibile impegnarsi in un processo di rinnovamento politico che – come ha osservato giustamente Luciana Castellina - fu innanzitutto culturale, prima che organizzativo e militante. In quei due anni che precedettero il ’68 le giovani generazioni europee e americane venivano a contatto con i nuovi paradigmi teorici e con le inedite prospettive di radicale rinnovamento della società: dalla questione vietnamita alla primavera di Praga, dalle filosofie radicali francese e americana agli esiti della Scuola di Francoforte di Adorno, Horkheimer e Marcuse. Ora, quali che siano i giudizi e le opinioni anche contrastanti sul ’68 italiano, europeo e mondiale, non v’è dubbio che esso sia stato un evento cruciale e, oserei dire, spartiacque, della storia del XX secolo. Oggi di quegli eventi si tende, come ha lucidamente scritto Michele Serra su “Repubblica”, non a ricordare e valutare positivamente gli effetti di un radicale rivolgimento dei costumi, dei rapporti fra i sessi, di contestazione del principio di autorità, a partire dalla famiglia per finire alla società, di mutamento profondo dei riferimenti culturali e dei paradigmi filosofici e sociologici, delle mentalità arcaiche che ancora sopravvivevano specialmente nel nostro paese. A distanza di cinquant’anni tutto oggi sembra ridursi ad una immagine idilliaca di passaggio indolore dal vecchio al nuovo mondo, dal bigottismo al permissivismo. Ma non fu così. Quella degli anni 60 era ancora l’Italia dove, ricorda ancora Serra, un omosessuale come il prof. Braibanti fu condannato a 9 anni di carcere per plagio, dove si additò la Dolce vita di Fellini come opera blasfema, dove la diciassettenne Franca Viola rifiutò il matrimonio riparatore con chi l’aveva rapita e stuprata, dove i ragazzi del liceo Parini” di Milano furono denunciati da genitori cattolici tradizionalisti di oscenità per avere pubblicato sul giornale di istituto “La Zanzara” un’inchiesta sull’educazione sessuale dei giovani. Col passare degli anni e dei decenni, anche su quel rilevante momento di passaggio d’epoca è caduto un silenzio che viene ora risvegliato da un pericoloso surplus di retorica. E, tuttavia, molte cose non furono più come prima, dalla politica alla letteratura, dalla filosofia alla musica, dalla sociologia all’arte e, ancor più, dal mondo delle relazioni industriali e del lavoro subordinato alla scuola e all’Università. Ma non so se la lenta e inesorabile caduta della damnatio memoriae sia oggi di per sé un fatto positivo, giacché di quell’evento oggi si sa ben poco, proprio purtroppo tra le giovani generazioni, e di esso si tramandano solo gli aspetti negativi che pure ci furono, specialmente quando sparute minoranze diedero vita alla stagione della cosiddetta lotta armata e del brigatismo rosso. Eppure la rivoluzione del ’68 – perché di questo si tratta – coinvolse buona parte del mondo di allora non solo occidentale e fu all’origine di tanti processi volti alla liberazione dell’uomo della seconda metà del ‘900. Sono cose che oggi molto raramente si insegnano nelle scuole e si scrivono nei libri – affogati come siamo nel mare indistinto degli sms e delle chat – e però le rivoluzioni culturali e sociali, fin quando esistono uomini e donne capaci di ragione critica e di voglia di cambiamento, sono ciò che da millenni, sia pur nell’oscillare di luce e tenebre, costituisce l’essenza della storia.

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