Domenica 28 Maggio 2017 - 12:18

La tracotanza di un magistrato

Opinionista: 

Gerardo Mazziotti

Il Dlgs 109/2006 (quello che il ministro leghista Roberto Castelli fece approvare in applicazione dell’articolo 98 della Costituzione secondo cui “Si può con legge limitare la iscrizione ai partiti politici dei magistrati…”, una espressione demenziale perché in tutti i Paesi del mondo la iscrizione è impedita non limitata) questo decreto è entrato in vigore dopo che la Corte Costituzionale ha respinto le eccezioni di costituzionalità presentate dal Csm e dall’Anm. La novità di estremo interesse è costituita dal fatto che “chiunque ha la facoltà di segnalare fatti di rilevanza disciplinare, inoltrando segnalazioni, denunce circostanziate o esposti al ministro della Giustizia, al Procuratore generale della Cassazione, al Csm, ai dirigenti degli uffici, ai presidenti di sezione, ai presidenti di collegio e/o al consiglio giudiziario, costituito presso ogni corte d’appello”. Ed è ciò che ho fatto io con alcune lettere ai giornali, al ministro, al Csm e all’Anm. Il caso del magistrato Michele Emiliano è chiarissimo. Il Dlgs consente ai magistrati di entrare in politica a condizione che si mettano in aspettativa. Anche secondo me dovrebbero dimettersi (come avviene in tutti i Paesi seri, nei quali peraltro sono pochissimi i magistrati col desiderio di fare politica), soprattutto per evitare inopportuni rientri, come quello del magistrato Giuseppe Ayala, per esempio, che è rientrato nell’ordine giudiziario dopo essere stato per quattro legislature (vent’anni) prima deputato e poi senatore del Pds e sottosegretario al ministero di Giustizia. Ma questa legge dello Stato vieta la loro iscrizione ai partiti politici. Perché un magistrato iscritto al Pd o a FI o al M5S o ai Fratelli d’Italia perde la sua indipendenza. E, soprattutto, perde la fiducia dei cittadini. Il magistrato fuori ruolo Emiliano si è iscritto al Pd circa 10 anni fa, che lo ha fatto eleggere sindaco di Bari e successivamente presidente della Regione Puglia, e si è presentato domenica scorsa alle Primarie come candidato alla segreteria nazionale del partito. Ed è stato surclassato da Matteo Renzi e doppiato dal ministro Orlando. Una figura barbina. Il suo comportamento ha indotto il Csm ad aprire un’azione disciplinare, rimasta però nelle intenzioni, visto che la riunione per discuterla e per adottare i provvedimenti previsti dal decreto era stata programmata per il 6 aprile scorso ed è stata rinviata a data da destinarsi. Come dire, mai. Perciò mi sono rivolto al ministro della Giustizia e al Procuratore della Cassazione. Ma senza alcun risultato visto che il dottor Emiliano continua a essere magistrato (sia pure fuori ruolo, ma col diritto di maturare gli anni della pensione) e a essere iscritto al Pd (trovo deplorevole che un magistrato dica: “Resto nel Pd per fare la guerra a Renzi”. E ancor più deplorevole che il ministro non ritenga di intervenire). Una vergogna che solo in questo Paese è tollerata. Da tutti. Anche dalla stampa. Al magistrato Emiliano, che non intende rispettare la legge 109/96, è il caso di ricordare che, appena nominato ministro della Giustizia nel governo D’Alema, il professor Oliviero Diliberto, che si dichiara bolscevico più che comunista, inviò il 31 ottobre 1998 una lettera a tutti gli 8mila e passa magistrati italiani, che iniziava con un “gentile dottore”, con l’invito perentorio a rispettare il lavoro del Parlamento. Scriveva, tra l’altro: “Il principio della indipendenza della Magistratura sarà più efficace, limpido e condiviso se questo ordinamento rifiuterà la tentazione di ingigantire il suo ruolo e la sua funzione intervenendo nel dibattito politico con l’intento di modificare le leggi che il Parlamento intende emanare anche in materia di giustizia: il Parlamento fa le leggi e la Magistratura deve rispettarle e farle rispettare”. E fu obbedito. Tant’è vero che durante la presenza a Palazzo Chigi e a via Arenula di uomini della sinistra, l’Associazione Nazionale Magistrati (un sindacato incostituzionale) si è rigorosamente attenuta al richiamo del ministro comunista  

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