Domenica 23 Settembre 2018 - 21:07

La tragedia del ponte e il momento populista

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

L'enorme impressione suscitata dal crollo del ponte Morandi a Genova non è dovuta solo al numero delle vittime provocate da quel tremendo disastro; altre vicende, anche recenti – penso alla valanga di Rigopiano,ad esempio – hanno gettato morti numerose e dolorosissime in tante famiglie e comunità, senza però che l'impressione prodotta sia stata di pari portata. E ciò non dipende nemmeno dal fatto che qui in questione è la responsabilità umana; perché le responsabilità sono, più o meno marcate e d accentuate, presenti in quasi tutti i grandi disastri. Qui ci sono due ulteriori componenti, una del tutto speciale ed un'altra comune a molti altri casi. Quella speciale, è che quando cade un ponte viene minato un simbolo fondante la condizione umana. L'uomo è un essere pro-gettante, ed il gettare ponti verso il futuro ha sempre costituito, materialmente e metaforicamente (come per il Pontefice) il simbolo della sua capacità di creare: avanzare modificando e superando le condizioni ostili della natura, così giungendo per aspera ad astra, secondo il notissimo e pregnante distico latino. Quando cade un ponte, se ne abbia piena coscienza o meno, cade con esso una parte significativa dell'umano 'successo' nel mondo. E dunque la cosa lascia una forte impressione, che si coglie anche nell'aspirazione immediata alla ricostruzione. Poi, in questo, come in altri casi (si pensi all'emblematica vicenda del Vajont) c'è un'ulteriore e molto urticante componente: il contrasto tra le vittime innocenti, persone comuni cui è stata strappata la vita, ed il sospetto che causa della loro fine sia stata l'avida locupletazione di ricchissimi capitalisti che per fare più guadagno avrebbero risparmiato sulle manutenzioni. Tutto da provare, ovviamente, ma il sospetto dilaga nell'animo umano, sempre pronto più a pensar male che a giustificare, comprendere, contestualizzare e soprattutto raccoglier prove sull'altrui comportamento. Ma in questo caso c'è anche dell'altro. C'è il momento populista, munito d'interpreti di rara efficacia, non priva di cinismo. La stessa forza politica che s'è opposta sino a ieri alla realizzazione della cosiddetta gronda genovese (un percorso alternativo a quello servito dal ponte Morandi, che avrebbe dovuto alleggerirne il carico di traffico) in forza dell'argomento che non si sarebbe trattato solo di callida occasione speculativa, orchestrata da imprenditori opportunisti, indifferenti all'ambiente ed all'uomo, la stessa forza politica ha oggi immediatamente cavalcato la tragedia umana ergendosi, in forza d'analoghi argomenti, ad investigatore fulmineo, accusatore irremovibile e giudice definitivo delle responsabilità da imputarsi senza meno alla società che ha la gestione della rete autostradale. Addirittura s'è detto che non servono codici, anzi codicilli per stabilire se ci sono le condizioni per la revoca della concessione autostradale, essendo sufficienti i (fino ad allora) 41 morti provocati dal disastroso crollo. Ed a fronte della società dichiaratasi disponibile all'immediata ricostruzione ed alla solidarietà alle vittime, la risposta è stata che le elemosine non servono. C'era ovviamente d'aspettarselo. Un'occasione così ghiotta per chi è aduso ad intender la politica come un continuo secondare, anzi cavalcare i sentimenti (soprattutto di timore e frustrazione) del momento, in luogo dell'esser seria guida per la comunità, è chiaro che una tragedia di tal fatta costituisca un'occasione d'oro per esercitare la propria nobile professione. Nulla conta, ovviamente, che decisioni avventate e prese sull'onda del sentimento di collettiva compassione per l'accaduto, possa poi costare pesanti conseguenze all'intera comunità, la medesima che si dice di voler tutelare. Conseguenze immediate, perché se senza fondato motivo venisse messa alle strette una realtà come quella del gestore autostradale, le ripercussioni di carattere economico potrebbero comportare ripercussioni di carattere economico che non si limiterebbero a quella sola e da sola già molto grande realtà imprenditoriale; ma anche conseguenze di medio e lungo periodo. Perché se poi le condizioni per sciogliere il contratto non ci fossero – nulla esclude che possa dimostrarsi l'impossibilità di prevedere l'imminenza o anche la sola apprezzabile possibilità del crollo o che questo sia stato provocato da fattori indipendenti – le conseguenze economiche per il bilancio italiano potrebbero essere di grande portata. Quei codici o, meglio, codicilli posti in non cale dal vice Presidente del Consiglio, hanno una singolare attitudine nel frapporre ostacoli alle decisioni del potere, che possono anche poi farla pagare. Naturalmente fra parecchio tempo – perché sono anche singolarmente lenti nelle loro reazioni – quando con ogni probabilità l'attuale quadro politico avrà fatto il suo di tempo. Ma questo è un altro fattore sul quale, in genere, il populista compie i suoi calcoli, sapendosi, come tutto e forse più di tutti non proprio eterno. 

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