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Credo di avere qualche titolo che mi consente, non come professore emerito e accademico dei lincei, ma come semplice giornalista pubblicista regolarmente iscritto all’albo, di intervenire nell’incresciosa vicenda della chiusura de “La Città” (in termini politico- sindacali direi vergognosa serrata e licenziamenti al limite dell’illegalità). Un giornale al quale fui chiamato a collaborare da Andrea Manzi nell’aprile del 1996 – dunque quasi un quarto di secolo fa – e per il quale ho scritto 210 articoli. Dico queste cose per manifestare tutta la mia rabbia e tutta la più ferma opposizione verso un provvedimento che ha colpito tanti miei cari amici più che colleghi. Che si sia trattato di una vera e propria rappresaglia verso le giuste e sacrosante proteste avanzate da tutti i dipendenti giornalisti e no dopo i primi licenziamenti, lo si è ben capito quando, al rientro dallo sciopero, tutti i dipendenti hanno trovato la sede chiusa e poco dopo l’annuncio della messa in liquidazione della società. Neanche nei tempi più bui delle rappresaglie padronali verso gli operai in sciopero per il rinnovo dei contratti e la riduzione dei turni massacranti, si erano viste cose simili. E poi si giunge a ciò che non esito a definire una vera e propria frode nei confronti delle migliaia e migliaia di affezionati lettori della “vera” Città: una sorta di contraffazione peraltro mal riuscita e che non ha più la sua sede naturale nel capoluogo. Tra l’altro il Sindacato dei giornalisti campani ha emesso un durissimo comunicato di condanna nei confronti di una operazione degna dei banchetti delle tre carte. Se non ho sbagliato i conti i giornalisti licenziati sono 11. Ebbene mi son presa la briga di contare le firme della “Città” fasulla del numero di domenica: sono 23. Domanda: quanti di questi sono giornalisti di professione e quanti sono free lance (colleghi in molti casi o non pubblicisti o pagati a cottimo)? Mi ha molto colpito il bellissimo articolo di Barbara Cangiano, “L’assalto dei pirati alla nave di Teseo”, in un foglio intitolato “A testa Alta” e firmato da tutti i giornalisti licenziati: da esse promana un intenso profumo di onestà, di orgoglio, di fermezza e, innanzitutto, di dignità. La nave di Teseo, sia pur ferita, senza più vele e alberi, resterà a galla sorretta da un pugno di giornalisti e di lavoratori che continueranno nella loro lotta in tutte le sedi e che non verranno mai meno al famoso detto di Kant: “La penna è il Palladio della libertà”. E saranno in molti i miei concittadini ad accorgersi che quella di adesso non è la vera Nave di Teseo ma una copia fasulla mal riuscita, anche se continua a stampare nell’angolo a sinistra Anno XXIII. Barbara ha anche lei citato un filosofo Agamben, io mi affido alla penna di un grande scrittore e poeta latinoamericano Alvaro Mutis: “La parola stampata possiede un carattere così definitivamente testimoniale e compromettente, che non è facile consegnarla, così, senza troppe precauzioni, all'attenzione dei possibili lettori”.