Lunedì 24 Aprile 2017 - 19:03

L’abuso tutto italico della parola proroga

Opinionista: 

Pasquale Mastrangelo

Da sempre nel mondo veniamo caratterizzati per leggerezza comportamentale e scarsa propensione al rispetto verso le regole. In un paese dove l'insegnamento dell'educazione civica è stato abolito perché ritenuto inutile ed arcaico, la disinvoltura con cui abbiamo imparato ad aggirare l'ostacolo o il dettato legislativo va di pari passo con l'affermarsi di questa nostra società consumistica, scostumata e arrogante, che nasconde troppo spesso le proprie inadempienze culturali e sociali dietro l'alibi ritrito delle convinzioni ideologiche. L'ineducato abuso dei mezzi di comunicazione, del web, delle libertà soggettive dei fiumi di parole vuote che inondano i social, non fa altro che alimentare questo "potpourri" di regole disattese, malcostume, giustizia fai-da-te e, quel che è peggio, una gara prevaricatrice fra minoranza protetta raccomandata e maggioranza rancorosa, in una guerra di religione e laicismo il cui confronto dialettico diventa sempre più volgare. In mezzo, fra governi e partiti che disfano, una magistratura desiderosa di aggiornare il proprio potere con un pericoloso upgrade, confusioni fra piazza antipolitica e calcistica, regna sovrana la parola "proroga" invocata per ogni aspetto che regoli il nostro quotidiano. Abbiamo proroghe per tutti i gusti, per tutte le stagioni; lo Stato, sempre e soltanto per suo tornaconto è riuscito ad inventarsi la "proroga delle proroghe", dilazioni a tempo virtuale per i furbi dei capitali all'estero, stesso discorso per l'incubo Equitalia, una istituzione elefantiaca, causa dell'impennata di vendite di tranquillanti ed ansiolitici, o deroghe legislative per favorire accumuli di incarichi ben remunerati. Cosa dire poi delle proroghe dei tempi giudiziari, su ignari indagati, che si vedono recapitare "d'amblee" avvisi di garanzia per colpe presunte ascritte in anni precedenti, senza mai essere stati al corrente dall'inizio di tale subdola azione consentita da una legge iniqua? O, al contrario, dei veri delinquenti ben informati sul gioco legale delle proroghe e delle prescrizioni che consente loro di aggirare la legge ed evitare o addirittura uscire di galera? È un Paese a rate, il nostro, che ci propina in lunghe dilazioni i nostri diritti, per primo non paga i suoi debiti nel tempo dovuto - chiedete in giro ai pensionati - non rispetta i suoi cittadini, nè con l'istruzione adeguata, nè con un welfare dignitoso, e gioca sulle aspettative statistiche di vita, sperando in una mancanta "proroga" della nostra esistenza per poterne trarre profitto! Già, la fine della vita. Anche nel dibattito su tale delicato e dolente argomento, in queste settimane, sta irrompendo il concetto di "proroga" a termine, sulla sua validità, il suo significato ideologico e culturale, sul senso di una buona morte, o di una libera scelta a tempo, per convinzioni religiose, filosofiche o per fatale necessità. Scalfarotto, su Repubblica, afferma che "l'eutanasia aiuterebbe a vivere". Comprendiamo e condividiamo lo stato d'animo di una persona provata nell'intimo da una tragedia come la sua, ma ci domandiamo se siamo proprio certi che sia così, o tale affermazione è da valutare allo stesso modo di quella abusata negli Usa, "il libero possesso delle armi aiuta a sentirsi più sicuri"? La regolamentazione del diritto a morire per malati terminali, persone allo stato vegetativo in vita solo grazie ad assistenza strumentale extracorporea, deve essere affrontata, non fosse altro che per mettere fine al flusso speculativo verso l'estero su tale triste evento, ma da ciò a rendere legale un suicidio volontario, perché convinti di aver chiuso il proprio ciclo biologico anche in condizioni di sanità fisica, è da irresponsabili: e la fede c'entra poco! Il suicidio nasce con l'uomo, come l'omicidio, l'odio razziale, le persecuzioni genocidiche, le guerre, e non ha bisogno di essere codificato, già troppo spesso viene contrabbandato come ideale filosofico, sottacendo - a parte i casi di cui sopra - l'incapacità dell'individuo ad accettare in pieno l'itinerario naturale della propria esistenza. Non ci vuole molto a decidere di morire, quando si pensa che non si ha niente più da offrire al prossimo. Perciò, stiamo attenti, perché fatta la legge, ci si addentrerà in una spirale senza fine, con i suoi codicilli e distinguo di comodo, ma non sarà così facile invocarne poi una proroga... la morte va in vacanza... ma solo a teatro.

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