Sabato 21 Luglio 2018 - 23:32

Lavoro contro finanza Una riforma per il Sud

Opinionista: 

Vincenzo Nardiello

Di troppa finanza si muore. Invece di cianciare di uscita dall’euro, doppia moneta e altre fesserie, i partiti mettano al centro dei loro programmi la riforma dei mercati finanziari. Ormai è un’esigenza vitale. Soprattutto per l’Italia e il Mezzogiorno. Se in questi anni la distanza tra Nord e Sud è divenuta una voragine, se le diseguaglianze sociali sono letteralmente esplose, è stato soprattutto a causa di quel processo di finanziarizzazione dell’economia che ha sottratto e continua a sottrarre capitali dal ciclo produttivo per dirottarli nella finanza fattasi industria. Un gigantesco spostamento di ricchezza dall’economia reale a quella di carta che sta distruggendo lavoro e risparmi. La doppia recessione e la crisi bancaria che hanno colpito l’Italia sono figlie della resa della politica ai predoni della finanza. Sembrano chiacchiere, invece sono fatti concreti. Concretissimi. Questa riforma dovrebbe essere in cima alle priorità dell’Italia nei prossimi anni. Chiunque sarà chiamato a governare. Prendete le banche. Tra il 2011 e il 2013, grazie a una decisione della Commissione Ue, avallata dai governi Monti prima e Letta poi, il meccanismo che consentiva a un istituto sotto attacco speculativo di difendersi acquistando proprie azioni sul mercato è stato smontato. Inoltre, gli Esecutivi europei - quindi anche il nostro - hanno deciso che se una banca si difende in questo modo, il suo capitale di vigilanza si riduce di pari importo. Ciò significa che l’unico modo che un istituto ha per difendersi da un’offensiva ribassista è l’aumento di capitale. Ma quest’operazione è praticamente impossibile se sei sotto attacco: chi investirebbe i (tanti) soldi necessari su una banca che ogni giorno vede assottigliarsi sempre di più il proprio valore? Solo i potenti fondi speculativi ed i fondi sovrani hanno la forza di fare operazioni del genere. Il risultato è la svendita a prezzi di saldo. E questo è solo un esempio tra tanti. Governi estranei alla volontà popolare e partiti tenuti sotto scacco dalla spada di Damocle dello spread, in questi anni si sono piegati a logiche antidemocratiche, spogliando di fatto la Nazione di qualsiasi difesa al cospetto dell’industria del denaro per il denaro. La finanza non può essere alternativa all’economia reale. Deve tornare ad essere al suo servizio. La ricchezza di carta si sposta all’interno dell’Occidente, e da quest’ultimo verso l’Oriente, lasciandosi dietro una lunga scia di povertà: la politica non può continuare a restare a guardare. Impedire che ai risparmiatori siano piazzati prodotti finanziari complessi, separare in modo netto le banche d’affari da quelle commerciali, vietare le vendite allo scoperto e sostenere l’impiego di capitale in attività d’impresa piuttosto che finanziarie sarebbe il minimo sindacale necessario per una dura battaglia in sede europea. Di fronte a questa sfida, la sinistra - che ha sposato in toto l’ubriacatura della globalizzazione e dell’apertura dei mercati senza regole, fino a rimanerne essa stessa vittima - ha perso qualsiasi credibilità. Mentre i progressisti passavano con la stessa furia ideologica dal marxismo al globalismo, nel 1995 Giulio Tremonti lanciava l’allarme: «I salari occidentali entrano in concorrenza con quelli orientali senza che i salariati orientali debbano immigrare e venire a lavorare nelle nostre fabbriche. Non occorre che gli operai si muovano. A muoversi ci pensano infatti i capitali occidentali che direttamente o indirettamente finanziano le fabbriche orientali». Il centrodestra, il cui Governo nel 2011 fu eliminato proprio perché percepito come un ostacolo all’accelerazione di questo processo, potrebbe oggi porre la questione. Lo farà?  

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