Venerdì 22 Giugno 2018 - 5:31

Le “due Italie”, un danno per il Sud

Opinionista: 

Ermanno Corsi

La rappresentazione “divisiva” è ora resa oggettiva da colori, grafica e numeri. Il Nord resta ancorato all’Europa anche se la massiccia dose di euroscetticismo è resa più evidente e i problemi dell’ordine nella legalità congiunti con quelli dell’inclusione selettiva (fuori soprattutto i migranti clandestini), sembrano aver preso decisamente il sopravvento. Nella fascia centrale del Paese la scelta degli elettori è meno perentoria confluendo in un misto di conservazione e novità,di destra-sinistra-centro con nessuna delle tre aree in grado di dirsi pienamente soddisfatta. Dove il voto è più diffusamente omogeneo, è senza dubbio il Mezzogiorno, dalla Sicilia all’Abruzzo e Molise. C’era da aspettarselo. Quando il vento gira vorticosamente in una direzione prevedibile, le regioni meridionali sono quasi sempre le prime a schierarsi in quella direzione. Adesso ci si chiede se il pienone dei Cinque Stelle è dovuto più all’immigrazione indiscriminata e alla recessione economica, oppure alla fuga dei “cervelli” e dei giovani dal Sud. *** CHIAMATA ALLA RESPONSABILITÀ. Per i partiti e la politica adesso non ci sono più alibi. Se si pensava che la macchinosità della nuova legge elettorale (tra uninominalità e proporzionalismo) avrebbe determinato confusione e disorientamento, bene: nonostante tutto il responso delle urne è chiaro. Se si pensava a un astensionismo che avrebbe consentito ai partiti di pensare, autoingannandosi, che il consenso per loro era tutto celato nella massa del non voto che non si è riusciti a intercettare (“ma la prossima volta faremo meglio…”) bene: anche da questo profilo non sono possibili consolazioni autoreferenziali. La media dei votanti è stata alta sul piano nazionale (75,2) e rilevante sul piano meridionale (a Napoli 60,5 come alle Politiche del 2013). La domanda è: partiti, nuovo Governo e Parlamento come risponderanno alle richieste che il Sud fa uscire dalle urne? Basteranno reddito di cittadinanza o collocazione nel circuito produttivo dei beni confiscati a mafia e camorra, per avviare una convincente rinascita sociale? *** IL PASSATO INSEGNA. Tutte le volte (dal laurismo all’egemonia democristiana e della sinistra) vincere le elezioni è stato semplice con promesse funamboliche, assistenzialismo di massa e strappi alle regole etico-morali. Difficilissimo però governare, accorciare il divario Nord-Sud, portare il Mezzogiorno nello Stato e lo Stato nel Mezzogiorno. Il boom dei voti è stato quasi sempre di breve durata, qualcosa di più della naturale fisiologia. Era l’avvertimento che, nel Sud,non si conquistano posizioni durevoli se non con progetti e strategie capaci di risolvere i problemi dell’oggi guardando al domani. Non è questione di mobilità di idee, ma di malcontento che si accumula, diventa esplosivo e trova caparbiamente una via d’uscita. Ancora apprezzabile che questa via resti quella che porta alle urne. *** MEZZOGIORNO NELL’ANGOLO. È stato fatto un conto: per mantenere le promesse fatte ai 46 milioni di elettori, ci vorrebbero più di mille miliardi. La stampa estera parla di “un teatrino mai visto”. Nessuno ha detto come reperire questo denaro. Come, e se, affrontare tante questioni: il ponte sullo stretto di Messina, il gasdotto della Puglia, l’acciaio di Taranto, il disastro ambientale della Calabria, Bagnoli e l’area Orientale di Napoli. Nessun partito se l’è sentita di indicare non più di 2-3 priorità. Tutti hanno promesso tutto. Una campagna intossicata da demagogia e populismo. Come non condividere Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, e il suo libro “Un Paese senza leader” con tante storie di protagonisti e molti retroscena di una classe politica in crisi. Una raffigurazione dalla quale soprattutto le regioni meridionali escono con le ossa rotte. Se una nuova forza politica si propone adesso come capace di riempire tanti vuoti, non c’è che da accordarle fiducia, naturalmente con sguardo dialetticamente critico e costruttivo. *** AMAREZZE D’AUTORE. I nani camminano sulle spalle dei giganti, si è sempre detto. In Puglia la neofita grillina Barbara Lezzi straccia il Massimo d’Alema (col suo voltafaccia sul gasdotto: prima un sì sbracciato, poi un no rinnegante per carpire, invano, il voto degli ambientalisti). A Potenza cade Gianni Pittella, europeista storico. La carta Tajani giocata in ultimo da Berlusconi non è servita ad agganciare il Sud all’Europa. Del resto è stato infelice non candidare nel Sud il ministro per la Coesione nazionale Claudio De Vincenti e quello dell’Interno (lotta alla criminalità) Marco Minniti. Nomi “forti nella 17esima Legislatura non compariranno nella 18esima. *** DUE VICENDE PARTICOLARI. A Pomigliano lo spericolato Vittorio Sgarbi ha pensato che un po’ di triviale volgarità e di carnevalata quotidiana poteva fermare Luigi di Maio candidatosi a premier; forse ora il ricorrente appellativo di “capra” lo rivolgerà a se stesso. A Salerno la dinastia De Luca se la vede molto brutta dopo la vicenda dei rifiuti e di Fanpage. Per il padre governatore della Campania, il figlio Roberto che si è dovuto dimettere da assessore a Salerno e Piero proiettato verso Montecitorio, sono state ore di angosciosa attesa. Urne ingrate. Che abbia ragione anche in questo caso Ugo Foscolo quando asserisce che, sol chi non lascia eredità di affetti, poca gioia ha nell’urna? *** PENSIERO A URNE CHIUSE. “Più facile vedere/l’alba dell’universo/che quella/della politica nuova/senza la mole/ di tante parole/vuote di senso/e piene di illusioni/. Chi Dio le perdoni”/.   

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