Lunedì 18 Febbraio 2019 - 0:20

Le cure ricostituenti della sanità italiana

Opinionista: 

Giuseppe Scalera

Aggressioni, violenze, minacce, questo il pentagramma dove si muove, ormai, la medicina in Italia. Una stampa compiacente, qualche squallido politico in cerca di brandelli d’immagine, la pubblicità televisiva che stimola a denunciare la classe medica, a richiedere i danni, sottolineando come ogni azione legale possa essere mossa entro dieci anni, hanno messo nell’angolo i camici bianchi. Nello smarrimento generale, la prima risposta è stata la fuga verso la pensione, uscendo dalla responsabilità di reparti ridotti all’osso, quotidianamente in trincea, con una crescente domanda di salute. In realtà, diffido sempre di chi parla di risparmi consolidati sulla salute, di sagge politiche amministrative, di contenimento della spesa sanitaria. Il famoso costo della siringa, apparentemente diverso tra Trento e Siracusa, è diventato una simpatica barzelletta. Se la spesa sanitaria tende a diminuire in Italia, tutto questo è dovuto, sia chiaro, all’impegno e all’abnegazione della classe medica che, nel blocco delle assunzioni, ha sacrificato tutto pur di reggere all’urto dell’utenza, senza particolari ritorni economici. Quanti reparti, solo in Campania, meriterebbero oggi di essere chiusi per assenza di personale? In quante occasioni sono i medici a fare i salti mortali con turni massacranti? Ma, nonostante tutto, si stringe la cinghia e si va avanti portando avanti interi reparti con metà del personale, un risparmio naturale realizzato solo ed esclusivamente grazie all’abnegazione dei camici bianchi. Orari stressanti, minacce variegate (7 medici su 10 dichiarano di aver subito almeno un’aggressione da parte dei pazienti), stampa pronta a crocifiggere chiunque, organizzazioni private decise ad intentare una causa, a richiedere un rimborso, anche a distanza di anni. Nel deserto di una qualsiasi, seria copertura assicurativa, con eventuali condanne ed oneri spesso a carico dei sanitari, ecco quattro punti cardinali che corrono il rischio di veder affondare definitivamente una delle professioni apparentemente più prestigiose del Paese. Assistere un paziente, svolgere il ruolo medico è diventato, negli ultimi dieci anni, un mestiere pericoloso. I sanitari del 118, tanto per dire, sono da tempo nel labirinto dei problemi. È cronaca quotidiana, ormai, come l’eventuale ritardo dell’autoambulanza si trasformi troppo spesso in una rissa , dove alla salute dell’assistito bisogna provare ad anteporre la propria salute personale. Ma il problema, secondo i dati dell’Anaoo, una delle sigle sindacali mediche più attente, investe anche i reparti ospedalieri di Psichiatria, di Pronto Soccorso, di Medicina interna e di Chirurgia. Sono tanti e tali gli episodi quotidiani che i giornali, ormai, non se ne occupano quasi più, relegando la notizia ad un semplice trafiletto, o, addirittura, eliminandola dalle proprie pagine. In questo confuso disordine, però, qualcosa si muove. Gli Ordini professionali provano ad alzare la voce, si firmano petizioni, si prova, in qualche modo, a reagire. Mentre il Governo prova a metter in pista il disegno di legge antiviolenza. Ma si tratta di interventi, purtroppo, ancora insufficienti. Finito il romanticismo di una professione unica e irripetibile, valutate anche tutte le difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro, visti i laccioli governativi di questi anni, la professione medica corre il rischio di trasformarsi in una professione residuale, secondaria, aperta solo a chi, con incoscienza, vuole affrontare il mare aperto di una società incattivita verso il mondo della sanità. In attesa che qualche ministro, al varo di qualche provvedimento, non provi ad indossare un’altra divisa, magari quella medica. Quel camice bianco che appare, ormai, sempre meno immacolato.

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