Sabato 15 Dicembre 2018 - 20:30

Le due “fissazioni”, ma vengo ignorato

Opinionista: 

Gerardo Mazziotti

Così si definiscono i pensieri fissi, ostinati, tesi all’inveramento di qualcosa che si ritiene di particolare importanza. E su questa infelice città ho molte “fissazioni”: Centro storico, Bagnoli, Nisida, Mostra d’Oltremare, viale Augusto, stazioni del metrò collinare, via Caracciolo… e vi torno spesso perché continuano a non essere inverate. Voglio insistere su due “fissazioni” Tra la piazzetta Nilo e la Chiesa di San Nicola a Nilo, sul tratto più stretto di via San Biagio dei Librai sorge uno stupendo palazzo fatto erigere nel 1400 dai Carafa Conti di Montorio. Le cronistorie cittadine lo segnalano perché vi nacque nel 1476 Gian Pietro Carafa che nel 1555 salì al soglio pontificio alla veneranda età di 79 anni col nome di Paolo IV. E lo magnificano per le splendide decorazioni, tra le quali le insegne della famiglia sovrastate dal cappello cardinalizio di Pietro Carafa. La domenica del 28 marzo del 1943 la nave "Caterina Costa (nave)", adibita al trasporto di munizioni, scoppiò nel porto di Napoli e rottami infuocati piovvero su molti palazzi cittadini. Alcuni di questi rottami caddero sul palazzo Carafa causando il crollo del grande tetto e di tutti i solai interni, lasciando miracolosamente in piedi le pareti perimetrali e lo straordinario cornicione, costituito da una serie di monoliti di piperno aggettanti di un metro e mezzo su via San Biagio. Lo scheletro murario è arrivato fino ai giorni nostri in precarie condizioni di stabilità e nella totale indifferenza delle amministrazioni comunali, che non l’hanno mai degnato della benché minima attenzione. Nemmeno quando nel 1995 il centro storico venne incluso nel patrimonio Unesco dell’umanità. Il restauro è necessario e urgente anche per il fatto che il palazzo è attraversato dal vico Fico al Purgatorio, che collega via dei Tribunali con via San Biagio dei Librai, mediante un antro a volta alto fino al primo piano, eternamente in ombra, divenuto da decenni un ricettacolo di rifiuti di ogni genere. Un antro che deve essere chiuso per esigenze di carattere igienico (i rifiuti di ogni genere sono una presenza storica) e di incolumità pubblica (vi è avvenuta più di una aggressione) senza produrre alcun disagio per gli abitanti grazie alla vicinanza di via Nilo e di vico San Nicola a Nilo. Il professor Massimo Rosi ed io continuiamo a proporne, inutilmente, il restauro filologico e il suo recupero per destinare il palazzo alla Biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella, da aprire alla consultazione dei cultori in una ambiente adeguato. Sulla stessa via sorge il palazzo Diomede Carafa, famoso non solamente per la grande Testa di Cavallo, posta in fondo al cortile, ma anche per il portone ligneo a due battenti con dodici riquadri, sei per ogni battente, in cui sono raffigurate le insegne della famiglia Carafa., splendida opera dell’ ebanisteria napoletana del ‘400. Ho continuato per anni a denunciare i danni provocati dalle aggressioni del tempo e degli uomini alle due Soprintendenze cittadine, all’amministrazione comunale (il Comune è proprietario del piano nobile destinato alla Soprintendenza Archivistica), all’Unesco e al ministero ai Beni e Attività culturali con lettere aperte pubblicate su alcuni quotidiani cittadini e nazionali con la proposta di sostituirlo con una copia e di conservare in un museo cittadino il portone originale dopo averlo riportato allo splendore del suo primo giorno. Ma ebbi risposte evasive e deludenti. Ci provò il professor Pasquale Belfiore quand’era Assessore alla Cultura dell’amministrazione Iervolino. Parlò di una mia “ossessione” (addirittura!) e annunciò di avere previsto il restauro filologico del prezioso portone nel Piano Integrato Urbano. Ma non ci riuscì. Per colpa della Regione Campania che non approvò il piano e causò la perdita dei 240 milioni di euro di fondi europei destinati alla sua attuazione. Non resta che sperare in un sussulto dell’amministrazione de Magistris perché si impegni nel restauro del palazzo e del portone. Prima che scompaiano dal patrimonio storico e culturale della città.  

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