Domenica 28 Maggio 2017 - 10:51

L’orizzonte culturale a Napoli, negli anni ’70

Opinionista: 

Giuseppe Scalera

Cos’era negli anni settanta la cultura? Semplicemente un approdo tanto difficile quanto affascinante. Non si pensava nemmeno al web, internet era un’isola sconosciuta e i giovani brancolavano nel buio delle letture degli Oscar Mondadori. Arrivavano echi lontani, soprattutto nel Sud: Pasolini, Moravia, Giuseppe Berto, Tobino e si delirava per Hemingway, per quel modo di vivere sprezzante e dissoluto, per quell’ inspiegabile talento legato all’ autodistruzione. La contestazione giovanile, per molti versi, era alle nostre spalle. La Beat Generation aveva già contagiato le generazioni che ci precedevano. Ginsberg, nel 1965, era al Festival di Spoleto. Un anno dopo fu Kerouac a girare per un ciclo di conferenze in Italia. A chi cercava di capire rispondeva sorridendo: “La Beat Generation è un gruppo di bambini, all’ angolo della strada, che parlano della fine del mondo”. Lo straordinario magistero e le splendide traduzioni di Fernanda Pivano avevano già costruito la nuova frontiera. Ma noi eravamo ancora liceali e restavamo fermi a Sartre, a Proust. Mi ricordo ragazzo, in un bus, al suo capolinea di partenza (di auto, allora, non si parlava nemmeno ). Tra le mani, uno dei primissimi numeri di “ Millelibri “, la straordinaria innovazione culturale prodotta da una costola della redazione de la “Stampa “. Il titolo di apertura era dedicato a Pasolini, quasi una rivelazione. Voglia di comprendere, di capire, di decifrare il mondo della cultura che avevamo attorno. Impresa, allora, difficilissima. I giovani avevano pochi soldi per comprare giornali, pochissimi per acquistare libri. Molti di noi si aggiravano, a Napoli, tra Port’Alba e San Biagio dei Librai. Allora, non c’era in quelle strade il trionfo della pasta e del vino, come oggi. I turisti erano rari e non esisteva il contrabbando di culture alternative, di stampo enogastronomico. C’era solo la vecchia casa di Croce e, soprattutto, le librerie, tante, tutte in concorrenza, con vetrine che offrivano copiosamente le ultime novità, con gli amanti del genere che sospiravano e sognavano quelle pagine intonse. C’era il gusto dell’approfondimento critico, la solennità di chi comprende, anche con un settimanale o un quotidiano, di avere tra le mani qualcosa di rilevante, qualcosa da salvaguardare e, magari, conservare per poi essere riletto, rimodulato, vivificato. Tutto sembrava importante e prezioso. Una società dell’analisi e della conservazione. Lontana dalla puntuale sciatteria e dalla fredda, rapida eliminazione dei giorni nostri. Con gli occhi aperti, spalancati sul mondo per provare a capire, tra l’altro, anche il nostro domani, quell’orizzonte magico e oscuro che sapeva ancora d’ignoto.

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