Domenica 21 Ottobre 2018 - 9:04

L’ostilità non nasce dal singolo episodio

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

Il giustiziere di Macerata dovrebbe far pensare. Più ancora che lui, lo dovrebbe il consenso che ha ricevuto per il gesto, ad un tempo molto concreto ed altamente simbolico, d’odio nei confronti dello Straniero. Un’ostilità radicale, dimostrata dall’estensione indiscriminata ed irrazionale delle colpe di uno, ad un’intera nazionalità d’immigrati. Ma soprattutto un odio largamente condiviso nella comunità, come prova indiscutibilmente il largo consenso che Luca Traini ha conseguito, non solo al suo ingresso nelle carceri che attualmente l’ospitano, ma sui social e nelle manifestazioni più o meno spontaneamente sviluppatesi. Sono segnali importanti di disgregazione sociale, sono segnali dell’incapacità della comunità di processare i fenomeni, di una tendenza, nota ma non per questo agevolmente affrontabile, ad erigere a nemico comune chi venga dall’esterno e non sia conforme agli schemi di giudizio prevalenti o, più semplicemente, propri del luogo. Insomma, sono i paradigmi che prevalgono nelle società quando tendono a chiudersi ed a stringersi intorno a sentimenti della difesa, del sospetto, dell’egoismo. Ben inteso, non è che manchino ragioni serie per nutrire timori e prevenzioni, nei confronti soprattutto di talune popolazioni di migranti. Se l’ostilità c’è, non nasce certo dal singolo episodio, anche molto grave, verificatosi; l’ostilità di larghe fasce di cittadini, di diversa estrazione e cultura, è il frutto di ripetute esperienze maturate nel quotidiano vissuto, che danno prova di quanto poco di buono ci sia d’aspettarsi da determinati individui: ed i nigeriani sono certamente alle vette della classifica degli indesiderabili, per il modo in cui operano, per la vita che conducono per le attività illecite alle quali sogliono dedicarsi. Ma il problema è che fatti come quelli di Macerata non provengono solo da stranieri, bensì sono componente stabile della cronaca nera: basti ricordare l’episodio romano dell’agosto scorso dell’uomo che uccise la sorella e poi la fece a pezzi, riponendola in cassonetti dell’immondizia nel quartiere Parioli di Roma. E periodicamente si ritrovano cadaveri violati e seviziati in abitazioni, periferie delle città, luoghi isolati. La violenza efferata fa parte del demoniaco umano. Quando però in casi come quello della quieta cittadina marchigiana, s’aggiunge lo straniero, una componente culturale molto pericolosa, la xenofobia, ne diviene la chiave di lettura. Pericolosa perché tende a radicalizzare e può produrre conseguenze assai gravi, nella durata. Può soprattutto produrre un consenso nei confronti di formazioni politiche estreme, pronte non solo a cavalcare reazioni irrazionali, ma a fomentarle, spingendo così il Paese in direzioni molto pericolose, i cui esiti, come sempre quando si parla di fenomeni politici, non sono preventivabili. La xenofobia è un sentimento che nasce da paure incontrollate, da sfiducia nei confronti delle capacità del proprio paese di difendersi, da categorie di giudizio rudimentali e normalmente ben radicate in menti poco attrezzate al ragionamento aperto e critico: vale a dire, nella maggioranza delle persone. Oltre che, naturalmente, da una base storica reale, da fenomeni effettivamente esistenti e dalla difficoltà di controllarli e governarli con serietà: di qui l’illusione rassicurante che vi siano soluzioni forti, semplici, possibili purché al potere arrivi l’uomo forte. In una situazione del genere, sarebbe evidentemente necessario che in Italia vi fossero uomini politici affidabili, creduti dalla propria gente, insomma ci fosse almeno un leader dotato di seguito e di potere effettivo (che è cosa diversa dall’uomo forte). Un soggetto in grado, non solo di parlare alla propria nazione e d’essere da essa considerato, ma anche d’assumere decisioni che dimostrino capacità di governare razionalmente i problemi, affrontandoli in modo da poter essere indirizzati verso soluzioni. Un politico o una classe di politici, che sappiano porre in essere strategie complesse, che operino su più leve, dal controllo nelle entrate, all’inserimento lavorativo, all’assistenza iniziale, alla formazione dei migranti alle regole della nostra convivenza. Si tratta di problemi molto seri che, se non affrontati, possono produrre derive rischiosissime. Abbiamo noi, nella prospettiva, qualcosa che somigli alla silhouette di politico auspicabile? A me pare di no: abbiamo, sì, qualche cavallerizzo del malcontento; ma disponiamo d’una dirigenza politica scialba, usurata, indecisa, confusa e confusionaria, senza disegno e senza programmi, soprattutto priva del senso di responsabilità nel decidere. Cosicché ai problemi, obiettivamente ardui ed ampi del presente, vien lasciato tempo e spazio per ingrossarsi, far proseliti ed alimentare odio e consensi fondati sull’odio. Non proprio un’auspicabile prospettiva.

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