Giovedì 21 Febbraio 2019 - 20:09

Ma forse sono soltanto due “guappi di cartone”

Opinionista: 

Ottorino Gurgo

Per valutare il comportamento e lo spessore di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini, i due "dioscuri" del governo gialloverde (in verità Castore e Polluce marciavano sempre uniti mentre i nostri sono quasi sempre divisi) bisogna far ricorso al titolo di una bella commedia del grande Raffaele Viviani: "Il guappo di cartone". Il "guappo di cartone" è colui che si ritiene un boss, pronuncia roboanti dichiarazioni e clamorose minacce, a chi le dà e a chi le promette, ma, alla prova dei fatti, rivela di essere un boss di cartapesta, del tutto incapace di dar seguito ai suoi pronunciamenti e alle sue intimidazioni. La definizione ben si addice - ci sembra - alla linea di condotta seguita dai due vicepresidenti del Consiglio dopo la richiesta di autorizzazione a procedere contro Salvini da parte del Tribunale dei ministri di Catania per le vicende della nave "Diciotti". La prima reazione del leader leghista è stata, com'è nell'immagine che il personaggio vuol dare di sé, tracotante e sprezzante, come di chi, intenzionato a non recedere di un passo dalla propria posizione, è pronto ad ingaggiare la sfida con il proprio interlocutore, nel caso specifico, con la Magistratura. Facendosene beffe, ha detto in sostanza ai giudici: "Se avete il coraggio, processatemi". Ma, d'improvviso, tutto è cambiato. Salvini, rivelando, appunto, che la sua vera natura è quella del "guappo di cartone", ha dismesso le vesti del cavaliere senza macchia e senza paura e ha invocato, in particolare i parlamentari pentastellati suoi alleati di governo,a dire no all'autorizzazione a procedere contro di lui, chiedendo, al tempo stesso, al presidente del Consiglio Conte di assumersi la responsabilità del "sequestro" della “Diciotti”. Per convincere i suoi interlocutori il leader leghista ha fatto insieme ricorso al bastone e alla carota accompagnando le lusinghe alla minaccia di far saltare l'alleanza di governo. E a dar forza a tale minaccia ha certamente contribuito la linea "garantista" di Berlusconi che, in pratica, ha detto: "Matteo, lascia perdere i cinquestelle dei quali non puoi fidarti. Fai maggioranza con noi e quanti hanno abbandonato Di Maio e il suo Movimento". Per molti versi analogo a quello di Salvini è stato il comportamento di Luigi Di Maio. Alla richiesta di autorizzazione a procedere contro il suo omologo Salvini, Di Maio aveva affermato che i pentastellati, in coerenza con i loro principi, non avrebbero esitato a votare per il "si". Quando, però, il leader leghista, modificando la posizione che aveva inizialmente assunto, ha chiesto di non essere processato, anche Di Maio sembra aver mutato opinione mandando a farsi friggere i "sacri principi" del grillismo. Eccolo, dunque, il “guappo di cartone” che ora, di fronte al ripensamento salviniano, appare preso tra due fuochi: da un lato pronto a schierarsi a protezione del capo del Carroccio nel timore che questi, cedendo alle lusinghe berlusconiane, abbandoni l'attuale alleanza; dall'altro pressato da una parte non irrilevante dei suoi compagni di partito che vedono nell'adesione alle richieste di Salvini, uno snaturamento delle motivazioni che portarono alla nascita del Movimento. Per uscire dalla situazione d'impasse nella quale si trova, Di Maio tende ora a mettere la sordina sulla disputa che riguarda Salvini e ad accendere i riflettori sulla "questione Tav" per la quale fa la faccia feroce assicurando che mai e poi mai i cinquestelle consentiranno che la Torino-Lione si realizzi, fidando di riscattare, in questo modo, l'orgoglio ferito dei pentastellati. Ma è lecito, alla luce dell'esperienza, domandarsi se e per quanto tempo, anche in questo caso, Di Maio sarà in grado di mantenere il punto. Forse, dunque, alla prova dei fatti, Salvini e Di Maio sono soltanto, come abbiamo detto, due "guappi di cartone". Resta, tuttavia, il problema dei danni che stanno recando al Paese.

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