Mercoledì 21 Novembre 2018 - 15:52

Ma per fortuna che Sergio c’è

Opinionista: 

Ottorino Gurgo

Ho letto, e in larga parte condiviso, lo sdegno manifestato su queste colonne da Giuseppe Cacciatore per le risse, gli insulti, le intemperanze che, a Montecitorio, hanno fatto da contrappunto alla discussione sul disegno di legge presentato dal governo per riformare la Carta costituzionale.

Ma devo confessare che di queste turbolenze, pur deprecandole, non mi scandalizzo più di tanto. La storia parlamentare ne è piena, e non soltanto nel nostro paese, ma anche, per fare un esempio, in quel Parlamento inglese da sempre indicato come Parlamento-modello.
Ma, limitandoci alle vicende della nostra Camera e del nostro Senato, come non rilevare che esiste, dal 1948 in poi, una lunga tradizione di risse e di scontri. Memorabili furono quelli che si verificarono in occasione della ratifica dell’adesione dell’Italia al patto atlantico, con i fratelli Pajetta, Giancarlo e Giuliano, pronti a saltare da un banco all’altro e a scazzottarsi con gli avversari.
E poi i missini, protagonisti di epiche battaglie quando si dovette approvare l’introduzione dell’ordinamento regionale. E ancora, ancora, fino ai giorni nostri. Ci viene da osservare che, in taluni casi, le intemperanze potrebbero addirittura costituire una forma di vitalità in un Parlamento di “anime morte” qual è quello in cui oggi siedono i nostri rappresentanti.
Quel che, per contro, soprattutto ci scandalizza e ci preoccupa, è che siano questi parlamentari, queste “anime morte”, appunto, a dover riformare la Costituzione, vale a dire il più importante documento di cui il paese disponga, quello che disciplina la vita delle nostre istituzioni e, in tal modo, finisce con l’incidere profondamente nella nostra stessa vita quotidiana poiché la Carta costituzionale non è “altro da noi”, ma un qualcosa che direttamente ci appartiene.
Ora dobbiamo dire, senza infingimenti, che della Costituzione attualmente vigente, quella approvata dall’assemblea costituente il 22 dicembre del 1947 ed entrata in vigore il 1 gennaio del 1948, abbiamo tutto il diritto di essere orgogliosi, se è vero che molti sono i costituzionalisti, anche al di là dei confini nazionali, che l’hanno giudicata la migliore Costituzione del mondo, un formidabile unto di equilibrio tra diritti e doveri.
Certo, in alcuni aspetti, va aggiornata. È inevitabile, dopo quasi settant’anni dalla sua entrata in vigore. Ma se a stilarla furono uomini di straordinario livello, l’aggiornamento richiede, non diciamo uomini di analogo spessore, ma uomini quantomeno consapevoli dell’importanza del compito al quale sono chiamati e impegnati ad assolverlo con grande scrupolo, al di là delle stesse divisioni partitiche.
Le regole del “gioco” – e sono proprio queste regole che la Costituzione detta – non si fissano all’insegna di “colpi di maggioranza”, ma attraverso uno sforzo quanto più possibile unitario.
Come non rilevare, allora, che da questo punto di vista stanno sbagliando tutti? Sbaglia il presidente del Consiglio dichiarandosi deciso ad andare avanti comunque, anche da solo o con una maggioranza raccogliticcia, pur di conseguire il suo obiettivo, senza rendersi conto, tra l’altro, che certi atteggiamenti “da bullo” non giovano davvero a garantirgli un’immagine da statista dalla quale è ancora ben lontano. Con la Costituzione non si scherza e non sempre il decisionismo, al quale in taluni casi può essere utile far ricorso, è cosa opportuna.
Ma sbagliano anche le opposizioni, siano esse di destra, di sinistra o di centro o di quell’area sterile e  infarcita di demagogia che ama definirsi dell’”antipolitica”. Perché quel che sembra interessare a tutti costoro non è tanto realizzare al meglio l’aggiornamento della Carta costituzionale, ma cogliere l’opportunità per screditare il premier e il suo governo.
Ora l’intera vicenda è finita nelle mani di Sergio Mattarella. Tocca a lui – muovendosi sulle orme del suo antico Maestro, Aldo Moro – cercare di ricucire gli strappi e di riportare alla ragione e alla consapevolezza del loro compito e del loro ruolo, uomini e partiti.
Non è un’impresa facile. Ma Mattarella è uomo di buon senso, di buona volontà, di sicura affidabilità e in grado di esercitare il suo mandato come quell’arbitro imparziale che si è solennemente proposto di essere. Auguriamogli buon lavoro, sperando che, almeno per una volta, i giocatori siano corretti.
P.S. Al confronto con il capo dello Stato si è sottratto il leader della Lega Matteo Salvini. E lo ha fatto in modo così rozzo e volgare da far apparire Beppe Grillo un lord inglese. Non credevamo fosse possibile.
Ottorino Gurgo

 

 

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