Martedì 13 Novembre 2018 - 6:53

Ma il nemico non è ancora alle porte

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

In una recente intervista il sociologo Domenico De Masi ha sostenuto che nella situazione attuale del nostro paese si stanno profilando tutti i caratteri di una situazione paragonabile con il pre-fascismo. Trovo questa originale categoria di indagine storiografica e socio-politica di grande interesse, giacché contribuisce a capire meglio aspetti inquietanti dell’attuale fase storica non solo italiana, ma europea e mondiale. Questo convincimento può contribuire a sgombrare il campo da polemiche verso coloro che sostengono che vi sia il pericolo di un ritorno al fascismo. Fortunatamente il nostro paese si regge su istituzioni democraticamente elette, su un Capo dello Stato come garante di esse, su una Costituzione che rappresenta il baluardo dei diritti e dei doveri dei cittadini. Insomma il nemico – leggi fascismo – non è ancora alle porte. Ma per quanto? Finché, sostiene De Masi, siamo in grado di impedire che dalla situazione di pre-fascismo si passi allo stadio successivo. Detto in termini più chiari finché non prevalga la linea Salvini: “allarmismo, razzismo, fiducia assoluta in uno Stato forte che risolverebbe tutti i problemi. Non è la situazione del 1922, ovvero della marcia su Roma, ma del 1919”. E qui la lettura di De Masi si intreccia con quella del libro di Scurati, intitolato M Il figlio del secolo, cioè la storia romanzata e a un tempo documentata, di Mussolini. Anche quest’ultimo muove dal 1919 e cioè dal 23 marzo, data della fondazione dei fasci di combattimento quando a piazza San Sepolcro si radunarono meno di cento persone, con un programma elettorale ultrarivoluzionario. In tre anni, grazie agli imperdonabili errori di una sinistra perennemente divisa tra massimalisti e riformisti, tra chi voleva fare come in Russia e chi sosteneva un processo di graduale miglioramento delle condizioni dei lavoratori e dei diseredati dentro le istituzioni parlamentari e grazie soprattutto ai generosi finanziamenti di imprenditori (Fiat in testa) e agrari, la situazione pre-fascista si trasformò in conquista del potere grazie infine a un imbelle e complice re che non volle firmare lo stato d’assedio a difesa delle istituzioni democratiche. Ma sarebbe sbagliato non riconoscere che il passaggio dal pre-fascismo al fascismo fu favorito anche da un notevole consenso popolare: le centinaia di migliaia di reduci della prima guerra mondiale, la disoccupazione dilagante, l’esasperazione di ceti medi impoveriti dalla crisi economica e impauriti da due anni di scioperi nelle fabbriche e nelle campagne. A tutto ciò si accompagna la straordinaria capacità comunicativa del futuro duce che attraverso una stampa fiancheggiatrice riuscì a creare un consenso di massa. C’è oggi un partito che nel giro di dieci anni è passato dal 9% al 35% degli ultimi sondaggi. Un partito che deve il suo peso crescente alla capacità di cavalcare il malcontento della gente, che sfrutta le sue paure e istilla un odio feroce verso i migranti, che si fa paladino degli imprenditori del Nord, che tenta di stravolgere il codice penale, che invita col decreto sulla sicurezza la gente a farsi giustizia da sola. Questo partito si chiama Lega Nord e il suo leader è Salvini che qualche somiglianza, almeno nelle infelici battute che ogni tanto pronuncia, con Mussolini pure ce l’ha. Sta alle forze che ancora credono nella democrazia costituzionale, agli intellettuali, agli studenti e docenti colpiti non a caso dalla drastica riduzione dei finanziamenti per la cultura, la scuola e l’università sapendo che da ciò può venire, come sta venendo, una radicale opposizione. Ma ancor più sta ai partiti di sinistra e del centro moderato opporsi ponendo come primario obiettivo delle proprie politiche quello di ritrovare il consenso dei propri elettori attratti dalle promesse e dalla propaganda delle illusioni.  

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