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Il “napolicentrismo” è una gestione del potere “egemonica”, molto antica, derivante dall’avvicendamento di tante dominazioni, le cui corti, quasi sempre di stanza a Napoli, dettavano regole e prammatiche con “al centro” e in cima a tutto gli interessi propri e della Capitale. Il governo dei Viceré è passato alla storia per la sua avidità “napolicentrica”: in quel tempo, dagl’inizi del ’500 al ’700, la città fu beneficiaria esclusiva dei rifornimenti dei prodotti dell’economia agricola delle zone interni a “prezzi capestro, imposti. A favorirlo fu anche il parassitismo dei baroni, i quali, per stare nel potente “giro dei Vicerè”, scelsero di condividerne ozio, fasti e abusi con i contadini, che non solo sfangavano nei campi con neve, gelo e sole a picco ma erano costretti a versare esose gabelle e larga parte dei raccolti, già di per sé magri, a “corti e signori” . Questa tendenza si interruppe nel periodo post-risorgimentale perché i governi, cosiddetti unitari, negarono a Napoli ogni “infrastrutturazione”, per scoraggiarne propositi di rivalsa dopo l‘annessione. In seguito a complicare tutto è stata la politicizzazione - un “napolicentrismo”di calcolo elettoralistico - causa di squilibrio territoriale tra fasce costiere, molto urbanizzate e anche più dotate e zone interne, deserte e spopolate da cicliche emigrazioni. Un tema, che Manlio Rossi Doria, uno degli ultimi valorosi meridionalisti, storicizzò con la efficace metafora “dell’osso e della polpa”: osso riferito ai borghi e terre spogli dell’Appennino e polpa alle zone costiere più privilegiate. Negli anni Settanta si sperò tanto che il varo delle Regioni potesse servire a ridurre gli antichi squilibri. Ma, in Campania, è andata molto male per l’autoreferenzialità di “governatori pigliatutto” che, invece di favorire un “Napolicentrismo” strategico, di illuminato “sviluppo policentrico” in direzione del Sud e del Centro Sud, hanno accentuato “la tara accentratrice”, diciamo pure, “vicereale” per fini intuibili. Molto ha giocato in questa perversione “la brama del consenso”, rivolta a privilegiare l’area metropolitana con più utili tornaconti elettorali rispetto alle province interne, garantite, di volta in volta, solo da cicliche, “alleanze” con notabilati locali. Su quest’abbrivio nacque l’intesa Bassolino-De Mita, con il primo che licenziava un Piano urbanistico “napolicentrico” senza alcuna proiezione sinergica verso l’hinterland, e il secondo attento a ben altre gestioni. Non diversa ci pare “l’era del Governatore De Luca”, il quale, incalzato da de Magistris, deciso a candidarsi alla Regione, si è buttato a capo fitto su “Napoli e dintorni”, convertendosi al peggiore “Napolicentrismo”, combattuto invece quando era sindaco di Salerno. È stesso lui a fornirne le prove. Da tempo ogni finanziamento è corredato da una inequivocabile dedica territoriale, da “neo melodico”: più da “Sindaco di Napoli” che da Presidente della Regione. Non siamo noi a dirlo, sono i fatti. Le zone interne sotto il suo governatorato non hanno registrato alcuna svolta epocale, come pur aveva promesso. Meno male che c’è la “bella, ineguagliabile estate cilentana”: mare, “brodo di capra”, “castrato” e poeti vaganti senza guinzaglio: i “festival” datati deluchiani ci intristiscono con i soliti ignoti.