Venerdì 28 Luglio 2017 - 0:54

Non c’è più spazio per parole e libri

Opinionista: 

Pasquale Mastrangelo

Tutto nasce da stilemi comportamentali che spingono le nuove generazioni verso nozioni temporanee, prive di un substrato culturale capace di esorcizzare quel vuoto interiore tipico della mancanza di un equilibrio razionale, sintattico e conoscitivo che caratterizza questa società del mordi e fuggi, che insegna a considerare pleonastica l'analisi del proprio percorso di vita. Le parole, in particolare quelle sagge d'esperienza, s'infrangono sulla scogliera della generale indifferenza, infastidita dai tentativi di offrire percorsi della memoria, itinerari di conoscenza e regole culturali utili nelle sfide future intriganti e formative pur tra contrarietà e sconfitte. Nessuno vuole più parlare, perché il confronto dialettico non lascia spazio all'improvvisazione, alla superficialità delle argomentazioni, alla povertà lessicale tipica di una società che predilige la nuova simbologia dei geroglifici messaggistici: una faccina sorridente o rossa di rabbia, invece di esprimere con parole una emozione dell'animo. Gli esempi di questa pochezza culturale sono nel nostro quotidiano. Diventa perfino difficile individuare un punto di partenza per una decadenza tutta italiana. Un'attenzione particolare va data al percorso scolastico, dove gli strenui tentativi di una minoranza di docenti cozzano con la resistenza ottusa di famiglie che dotando i propri figli di cellulari e gadget ipertecnologici, ne annullano in pratica l'abitudine allo sviluppo del pensiero. Non sarà mai possibile, se non riusciamo ad insegnare loro che quando hanno tra le mani un testo, un romanzo, un saggio, una rivista, un semplice libello, devono rispettare quelle pagine nate dal cuore, dall'anima, dalla fatica dell'esercizio mentale di un essere umano. Deturpare o distruggere un libro, senza nemmeno provare a leggerlo, è il segno della propria oscurità, e primi a compiere il misfatto sono gli adulti di oggi che hanno ereditato la iattura di un'istruzione faziosa, dove gli autori graditi di ieri sono i reietti di oggi. Non c'è bisogno della barbarie nazista della notte dei falò. Questa società scostumata dimentica in fretta e tenta di annullare il tempo, lo spazio per il confronto di parole e idee, considera cadùca la vita di un libro, carta straccia per il pesce, rifiuta la memoria delle parole degli anziani, surrogati di genitori dediti al benessere economico, fra un sms e un twitter di 140 caratteri, inutili ma trendy. Il punto è che l'incapacità a parlare alle giovani generazioni è un prodotto della inconsistenza culturale e programmatica delle nostre istituzioni. Anni fa, fui presente, a Cava dei Tirreni, ad un incontro fra Colombo, ex magistrato, e studenti delle medie. Si parlava del rispetto delle "regole" su cui fondare una reale rinascita della società civile italiana, delle regole già esistenti ma disattese da tutti, di nuove, da riscrivere insieme. Sembra invece che in Italia le regole siano scritte per essere infrante o eluse, e se tale verità offende questo anziano, con pochi capelli, discreta cultura e tanta abitudine agli ostacoli della vita, cosa devono pensare i più giovani, per definizione adusi a rifiutare regole ritenute già obsolete? Che dire, ad esempio, della infelice idea di proporre agli studenti maturandi l'esegesi di una poesia di Giorgio Caproni: "Versicoli quasi econologici"? Un tardivo - errato per tempistica - mea culpa per aver scartato dai programmi ministeriali un "grande" del novecento italiano? Come per Sciascia, Pirandello, Di Giacomo, Quasimodo, Alfonso Gatto e altri del sud ghettizzato in un "apartheid letterario" da questa Italia ignorante? Così hanno prevalso i commenti social irridenti, i soliti intellettuali d'elitè sono insorti sdegnati! Purtroppo costoro non capiscono che Caproni è stato sacrificato sull'altare del politicamente corretto; la sua poetica difficile e raffinata è stata solo un baratto catartico fra un governo confuso e una massa studentesca che non sa cosa farsene di libri e parole, ma pretende il diploma, per ambire al benessere codificato dai padri. È ormai tardi, qui al bar, osservo sgomento un elegante laureato che annota un numero telefonico su un foglio, memento stracciato di una pagina che fu, su cui riesco a leggere due righe: "Mattina, m'illumino d'immenso"... e decido di concludere con Ungaretti.

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