Giovedì 22 Febbraio 2018 - 12:07

Perché Romano Prodi è tornato in campo?

Opinionista: 

Ottorino Gurgo

Ha profondamente scosso il mondo del centrosinistra la sortita di Romano Prodi che ha chiaramente lasciato intendere di voler sostenere, nelle elezioni del prossimo 4 marzo, la coalizione guidata dal Pd contro la quale, a suo giudizio, inopportunamente operano i "Liberi e Uguali" di Piero Grasso. Che cosa ha indotto il fondatore dell'Ulivo, sempre restio ad impegnarsi direttamente, a scendere in campo con una posizione così esplicita che ha preso di contropiede il gruppo dirigente della "sinistra-sinistra" che sperava quantomeno nella non ostilità dell'ex presidente del Consiglio? Ad alimentare questa speranza era soprattutto la "non simpatia" (per usare un eufemismo) del professore nei confronti del segretario dem. Perché, dunque, improvvisamente, Prodi ha infranto il suo consueto riserbo finendo con il dare, di fatto, una grossa mano a Renzi? Per rispondere a questa domanda è probabilmente necessaria una premessa. Non si può non osservare, infatti, che, nella sua esternazione Prodi non ha mai espressamente dichiarato il proprio appoggio al Pd, ma ha sempre fatto riferimento alla coalizione di centro-sinistra. Il suo punto di riferimento non è - come, del resto, non era per l'Ulivo - un singolo partito, ma un'aggregazione di forze riformiste radunate sotto un'unica bandiera. Il suo rimprovero a "Liberi e Uguali" va letto proprio in questo contesto, per essersi, cioè, sottratti ad una iniziativa comune, scegliendo di mantenere la loro identità di "duri e puri " (in realtà, poi, alla prova dei fatti, i "Liberi e Uguali", nonostante la loro dichiarata purezza sono prontissimi ad allearsi anche con i cinquestelle, attratti dall'irresistibile fascino delle poltrone). Ma da questa constatazione emerge un'indicazione che può essere utile a decifrare quel che potrà accadere nell'incertissimo dopo voto. È convinzione largamente diffusa, infatti, che la formazione di una maggioranza in grado di esprimere il nuovo governo sarà impresa particolarmente difficile. Si aprirà, allora, il discorso sulle possibili coalizioni. E molti dei drastici "no" pronunciati in questa fase pre elettorale cadranno. Così la diaspora che ha sin qui fatto da contrappunto alla campagna della sinistra potrebbe cedere il passo ad un dialogo apparso sino ad ora impossibile. E chi, se non Prodi, al di là delle polemiche attuali, potrebbe essere, a quel punto, l'uomo adatto per superare i veti incrociati che hanno fino ad ora impedito ogni possibilità di riconciliazione? D'Alema e Bersani avrebbero il coraggio di preferire l'alleanza con i cinquestelle ad un governo guidato da Romano Prodi? È vero. Quest'ultimo ha più volte dichiarato di volersi tener fuori dalla politica attiva. C'è, tuttavia, da chiedersi se di fronte ad una richiesta unanime non del solo Pd, ma di una coalizione di centro-sinistra di stampo ulivista -magari cautamente sostenuta da Mattarella - il "professore" confermerebbe il suo proposito. Davvero non verrebbe attratto dalla possibilità di assumere il ruolo di "salvatore della patria" e di prendersi una clamorosa rivincita dopo che, nel 2013, 101cecchini, non si sa ancora bene da chi pilotati, gli impedirono di diventare presidente della Repubblica? Questa che abbiamo delineato, ovviamente, non è che uno dei possibili scenari del dopo elezioni. Forse meno ipotetico, tuttavia, di quelli che, al momento, nell'incertezza del futuro, vengono delineati.

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