Mercoledì 19 Settembre 2018 - 15:50

Quando l’azione penale ha un contenuto politico

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

L’iscrizione del ministro dell'Interno Matteo Salvini nel registro degli indagati, tra l'altro, per il reato di sequestro di persona dimostra – ce ne foss'anche stata la necessità – quanto vitale sia per la Repubblica Italiana prendere atto dell'indifferibile necessità d'avviare un serio ripensamento sull'attuale assetto dell'ordinamento giudiziario. Ci stiamo con indifferenza avviando nell'ennesima vicenda di contrapposizione frontale tra poteri dello Stato, un'altra dannosissima ed inutile sequela di accuse, tensioni, gravi distorsioni dell'azione pubblica, che non produrrà ulteriore indebolimento del già diafanico tessuto istituzionale italiano. Si dovrebbe prendere atto, finalmente, e non scandalizzarsi ricorrendo ai consueti, stupidi luoghi comuni, che l'azione penale ha un contenuto politico elevato. Essa è la risposta più immediata, forte e senza mediazioni che lo Stato oppone a chi, deviando dai propri doveri – di cittadino comune o di qualificato operatore (professionista, imprenditore, funzionario, politico) – mette a rischio la cooperazione sociale, vale a dire la possibilità di coesistere, con vantaggio di tutti o comunque del massimo numero, all'interno d'un disegno collettivo ispirato ai valori che l'ordinamento ha assunto il compito di proteggere. È all'evidenza che, non potendosi perseguire ogni crimine commesso – anzi potendosi dar seguito alle sanzioni comminate dal legislatore solo in casi limitati ed in percentuali quasi irrisorie rispetto ai reati quotidianamente consumati, sia necessario scegliere con grande oculatezza verso quali obiettivi ispirare l'azione penale. Ed in una società democratica, di questa scelta è necessario dar conto puntualmente, perché a risoluzioni sbagliate corrispondono conseguenze che possono essere anche disastrose, nel breve o nel lungo periodo; mentre a scelte corrette corrisponde il conseguimento del risultato voluto, vale a dire la costante integrazione sociale e la custodia dei valori ai quali la società si è ispirata per condividere un percorso collettivamente accettato. Ora, tutti sanno che la norma, soprattutto quella penale, si presta a gravi distorsioni perché, essendo dotata d'una discreta elasticità, necessaria a consentire il perseguimento delle condotte illecite che tendono ovviamente di sfuggire alla sua presa, richiede estrema cautela in chi ne ha la gestione, procuratori e giudici. Altrimenti tutto può cadere nella sua portata. Il procuratore della Repubblica di Agrigento ha creduto di poter indagare il ministro dell'Interno, niente di meno che per sequestro di persona a scopo di estorsione, per un reato quindi che prevede, aggravanti a parte, una pena dai 25 ai 30 anni, sì proprio così, uno tra i reati più gravemente puniti dal codice penale. E questa ipotesi ha ritenuto di poter fondare su una decisione politica del ministro che, di fronte a circa 140 clandestini salvati in mare da una nostra nave militare, ha deciso di non avviarli immediatamente ai centri di prima accoglienza – dove peraltro non sarebbero stati in libertà – ma di mantenerli per un certo tempo sull'unità navale, in attesa che si chiarisse il quadro politico internazionale circa la destinazione finale dei migranti. Ciò, peraltro, ha fatto, dando seguito ad un programma di governo votato ed approvato dai due rami del Parlamento in occasione della fiducia allo stesso accordata. Ora, come sia stato possibile costruire un'ipotesi di sequestro di persona – reato che ha un retroterra di riferimento legato alla criminalità organizzata, da essa attuato con tutt'altre modalità e non certo servendosi dei militari della Repubblica italiana – è domanda che andrebbe rivolta al procuratore di Agrigento, e son certo che troverebbe molti buoni motivi per giustificarla sul piano giuridico-formale, come usa dire tra i giuristi più avveduti. Ma che sia stata una scelta oculata, questo è assai più discutibile. Quella scelta – che starà impegnando il lavoro della Procura, direi a pieno regime, una Procura non proprio priva d'affari, se non vado errato – ha prodotto almeno due ottime conseguenze. È violentemente entrata nel mondo della politica, turbandone non poco gli equilibri e contribuendo a rendere il suddetto ministro dell'Interno una sorta d'eroe nazionale che, senza timori e tremori non esita a difendere a costo della sua libertà i sacri confini nazionali; e, ad un tempo, non poco contributo ha offerto al partito di coloro i quali non pensano sia cosa seria l'azione penale – e forse non del tutto a torto – dato che le sue fattispecie possono gonfiarsi (o sgonfiarsi, a secondo della bisogna) al punto da poter comprendere tutto e niente. Con la conseguenza ulteriore e non dapoco che abbiamo per ministro dell'Interno – colui che garantisce la sicurezza pubblica ed il rispetto della legalità amministrativa – un soggetto sospetto di gravissimi crimini, non diversi da quelli che un tempo commissionava ai suoi miliziani Totò Riina. L'unica differenza è che Matteo Salvini s'è servito, come detto, di militari. Una buona conferma per il Paese della pretesa “trattativa Stato/Mafia”. 

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