Giovedì 15 Novembre 2018 - 16:47

Quando le parole chiedono di far silenzio

Opinionista: 

Giuseppe Scalera

Sigmund Freud sosteneva che “le parole sono incantesimi e conservano sempre il loro potere magico”. Un aforisma che calava nella Vienna del primo Novecento, un’epoca che dava alla parola un significato alto e forte.  Adesso, dopo quasi un secolo, la situazione è radicalmente cambiata. Tutti parlano e straparlano attraverso la forza di cento piattaforme. Sms, tablet, mail, cellulari di nuova generazione, quotidiani, periodici, riviste, radio e tv più o meno libere, tutti possono contribuire, tanto di giorno quanto di notte, a partecipare al grande dibattito globalizzato che tutto vorrebbe dire e che poco riesce a produrre, in tutti i settori. Una volta, invece, le parole erano pietre. Si usciva dai vertici politici, dai “caminetti” istituzionali con un linguaggio criptico, fatto di poche battute liofilizzate. Bisognava essere aruspici seri, gente del mestiere, per capire anche il significato profondo di una pausa. Oggi, invece, allegramente tutti esternano, si esprimono a mitraglia, sparano a zero su quel che capita, salvo poi ritornar sul tema poche ore dopo, in una danza di dichiarazioni che ribalta, contraddice, conferma, anche in poche ore. Una frizzante giostra spensierata che, talvolta però, ha conseguenze disastrose. L’ultimo caso arriva dal ponte Morandi. Lutto, tragedia, rivendicazioni, tutto in diretta, tutto senza rete. C’era il naturale, doveroso cordoglio per le vittime, c’era una tensione istituzionale fin troppo palpabile. Nessuno, però, nelle prime ore, aveva ancora letto il contratto sottoscritto con Autostrade e tutti si affrettavano a disegnarne la revoca, senza affrontare il nodo delle penali (si parla di decine di miliardi a carico dello Stato), senza comprendere nemmeno a chi spetta l’assistenza alle famiglie delle vittime o, magari, chi deve far fronte alla ricostruzione del ponte. Nel frattempo, le parole del presidente del Consiglio e dei nostri ministri non sono cadute nel vuoto. La società privata titolare del contratto, in poche ore, è crollata in Borsa del 30%. Poco male, si dirà, i Benetton hanno lucrato fin troppo sul titolo Autostrade. Ma attenzione, in quell’azionariato c’era di tutto. Una quota libera del 46% che spaziava tra Francia, Gran Bretagna, Australia, Stati Uniti, Italia, piccoli azionisti con presenze variegate in tutto il mondo. Perfino, realtà regolarmente quotate nel Belpaese, come quella della Cassa di Risparmio di Torino, che possedeva oltre il 5%. Insomma, sono bastate poche, superficiali affermazioni per dar vita a capitali rapidamente fuggiti dall’Italia, a vendite di massa, a ripercussioni che hanno portato i loro effetti su scala mondiale. Senza che i protagonisti politici se ne rendessero minimamente conto, senza che nessuno nella maggioranza paventasse il pericolo. Un danno al Paese, alla sua immagine, alla nostra economia di proporzioni devastanti. Ed ora che si naviga a vista tra analisi e nuove richieste, tra affermazioni inutili che hanno lasciato una città stremata, è l’ora delle rapide decisioni. Mentre le parole, finalmente, ci chiedono di fare silenzio.

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