Venerdì 21 Settembre 2018 - 3:22

Quel ponte spezzato sull’ultima illusione

Opinionista: 

Vincenzo Nardiello

Sessanta. In quel numero c’è tutto. Il ponte degli anni ’60 crollato a Genova è la metafora tragica di una Nazione cui rischia di venire a mancare la terra sotto i piedi. Su quello scheletro di calcestruzzo malato c’eravamo tutti. Non raccontiamoci balle: è falso dire che non sapevamo niente, che non ce n’eravamo accorti e che se sapevamo eravamo distratti. Invece conoscevamo tutto e proprio per questo abbiamo lasciato che quel gigante - l’Italia - si consumasse lentamente, giorno dopo giorno. Fino a non avere più la forza per reggerci. Almeno adesso, nell’ora del dolore più grande, sarebbe il caso di non fare sfoggio di miserabili ipocrisie e lacrime di coccodrillo, dicendoci semplicemente la verità: dai Sessanta a oggi su quel ponte ci siamo stati alla grande. Lì abbiamo consumato l’illusione che avremmo potuto vivere per sempre negli anni del boom economico e con pasti gratis. E mentre attorno tutto cambiava ce ne siamo fregati, scegliendo di continuare a restare su quello stesso ponte, nel frattempo divenuto obsoleto e pericoloso, facendo dell’immobilismo la cifra della nostra azione. È per questo che abbiamo felicemente sostenuto tutti i pifferai di destra, di centro e di sinistra che ci promettevano che nulla sarebbe mutato e che, se proprio fosse accaduto, beh, allora ci avrebbero pensato loro a proteggerci. A colpi di debito pubblico, divorandoci il futuro per continuare a garantire un presente sempre più precario e insostenibile. A botte di pezze e rattoppi. Proprio come su quel maledetto ponte. Peccato che mentre c’era chi difendeva i propri privilegi piccoli e grandi, il ponte che ci reggeva tutti - l’Italia - s’indeboliva ogni giorno di più. Si consumava, si erodeva. Fino a crollare e fare le sue vittime che in questa disgraziata Nazione, non a caso, sono «annunciate» per definizione. Il sogno di un Paese normale, che cura le sue infrastrutture, sostituendo quelle obsolete e realizzandone di nuove, sempre più moderne e sicure, è definitivamente venuto giù il 14 agosto. Proprio noi, che dal tempo dei romani abbiamo insegnato al mondo come si costruiscono strade, ponti e ferrovie, che abbiamo prodotto i migliori architetti e ingegneri, abbiamo finito per mangiarci pure il nostro talento. Basta anche solo guardare alla storia degli ultimissimi anni per rendersene conto: dai terremoti dell’Aquila e di Amatrice, dal sisma nelle Marche alla valanga di Rigopiano, è forse cambiato qualcosa? Niente. Nulla si muove. Il perché è sempre uguale a se stesso: l’immobilismo irresponsabile di una Nazione che s’illude di poter continuare a vivere nei Sessanta. Senza assumersi una responsabilità, ma scegliendo di abitare il Ferragosto permanente delle sue svogliatezze. Convinta di poter campare all’infinito sulle spalle del passato. Lo stesso vale per la messa in sicurezza dei fabbricati costruiti negli anni ’50 e ’60 che affogano le nostre città, nei quali viviamo sapendo di rischiare la pelle alla minima scossa. Neanche la consapevolezza di questo pericolo ci smuove dal nostro torpore. Tanto ci sarà sempre un vigile del fuoco eroe o un angelo buono dalle sembianze di un cane tra le macerie a lavarci la coscienza e riscattare le nostre colpe. Italiani brava gente. Come un Paese in via di sviluppo, ci accorgiamo di aver bisogno di ponti, strade, ferrovie e opere grandi e piccole. Ma qualsiasi discussione diventa pretesto per battaglie ideologiche e polemiche politiche. Come conferma lo scaricabarile di queste ore tra M5S, Autostrade e Governo precedente. A patto, ovviamente, che nessuno decida. Che nessuno si assuma la responsabilità di fare. Davvero credete che terremoti e alluvioni possano giustificare la noncuranza criminale delle nostre classi dirigenti? No, l’immagine di quel ponte spezzato non è l’immagine dell’Italia. È l’Italia. 

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