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Non ho mai visto gettare via così una vittoria garantita da una superiorità certa e da due gol belli e terribili firmati da Hamsik e Higuaìn contro un’Inter per ottanta minuti degna di spartire il decimo posto con il Milan del Pippo desperado. Non ho mai visto crollare così fragorosamente un’impalcatura forte e sicura, costruita con attenzione e “materiali” validissimi, davanti a un agnellone improvvisamente diventato ariete per l’anticipata soddisfazione di un Napoli prima guerriero anche senza un avversario particolarmente ostile poi imbelle quando il rotondo vantaggio gli porgeva l’accesso alla stanza dei sogni, due punti dalla Roma, due passi dalla Champions diretta. Il San Paolo ululante, finalmente riinnamorato del suo Hamsik goleador, s’è spento in una valle di lacrime - si fa per dire - senza neanche aver avuto il tempo di farsi una ragione di un pareggio che vale una sconfitta, più doloroso di un crollo annunciato, tipico di una stagione in cui gli azzurri hanno seminato punti a piene mani ricavandone rabbiosa disillusione. Verrebbe voglia di cavalcare antichi schemi, accusare l'’assenza di quel Gabbiadini goleador al quale Benitez ama rinunciare per seguire il suo schema attendista stavolta quasi giustificato dal gol più che dal comportamento generae di Hamsik; così come parrebbe ovvio richiamare gli antichi svarioni difensivi che hanno sottratto il Napoli dalla legittima speranza di battersi contro la Juve o almeno contro la Roma che gli ha regalato dal nuovo anno una decina di punti. Ma il tema stavolta è un altro, qualcuno direbbe “culturale”, visto che la scaltrezza italiota viene considerata un difetto più che un pregio: in poche parole il marpionissimo Mancini l’ha vinta sull’illusionista Benitez, senza mai cedere alla disperazione, sostenendo con impavida certezza quegli incerti nerazzurri che stavano giustamente perdendo la sfida con movimenti tattici degni di un vecchio panchinaro italico, mosse anche ingenue che hanno tuttavia colto in flagrante la insostenibile leggerezza dei napoletani, appagati del successo a venticinque minuti dalla fine, proprio quando Palacio ha scoperto di essere Palacio e la difesa azzurra s’è ricordata d’essere un pianto consentendo all’Inter e al piede di Icardi il rigore decisivo...al cucchiaio. Qualcuno è maturato, non il “vecchio” Benitez ma il sempreverde Mancio che piace tanto perché - a parole - non guarda mai al presente poverello ma a un futuro glorioso. Chiacchiere, perché la gnagnera qualunquista nasconde le serie intenzioni di un furbacchione deciso a godersi la vita a spese altrui, a danno dei gnoccoloni che continuano a perseguire il Bel Gioco, mentre lui, il Mancio,, spende con disinvoltura gli spiccioli o i soldoni regalatigli dagli sciocchi. Non avevo mai visto sprecare tanto da una squadra italiana, il Napoli, ma ora so perché: il Napoli non è la potenza calcistica che può godere di un bel Mertens, di un forte Higuaìn e di altri valorosi che giocando “all’italiana” potrebbero puntare al tricolore, ma un’informe pizza alla Benitez preparata e condita alla spagnola. Eppure non è finita.