Venerdì 16 Novembre 2018 - 1:06

Regione-laboratori? Si riaprono i giochi

Opinionista: 

Aldo de Francesco

Lo spirito originario delle primarie - minireferendum per la nomination del candidato Pd con più chance nella corsa a governatore, riservato prevalentemente allo zoccolo duro del partito, all’elettorato militante - è stato nobile e civile. Questo come principio. Altro è il discorso nella realtà, dimostratasi spesso una resa di conti, una contrapposizione di fazioni, una prateria di provocatorie turbative. Malgrado tutto questo, bisogna dire che il Partito democratico ne ha saputo trarre vantaggio. Parlare di primarie per mesi, discuterne con passione, non risparmiandosi nemmeno il volo di qualche straccio, ha avuto di per sé un effetto positivo, un ritorno prezioso. Prendiamo, ad esempio, la Campania, se il Pd gongola e capitalizza questa dote, avendo in tasca il nome del candidato che dovrà misurarsi con Caldoro, non altrettanto può fare il centrodestra, che ha il candidato ma continua a vivere sulla luna. Qui e altrove. Ai tempi lontani delle vacche grasse, delle trionfali calate del Cavaliere - una “fabbrica di voti” - taluni atteggiamenti di distacco verso certe liturgie, tra le quali venivano ingiustamente poste le primarie, potevano essere anche comprensibili. Ma oggi, in tempi di vacche magre, gli alterni umori berlusconiani sono anacronistici e penalizzanti. Ormai è in atto una strisciante scomposizione politica dei vecchi poli rispetto a come li abbiamo conosciuti, su cui - quale che ne sia la motivazione - non si può continuare a chiudere gli occhi ma occorre misurarsi. Significativi a riguardo sono il “new deal” di Grillo, le guerre intestine nella Lega, la guerriglia di Fitto, il fermento cronico della sinistra Pd. Mentre questa situazione non può preoccupare il Partito democratico - la travolgente leadership di Renzi riuscirebbe facilmente a neutralizzarla; stessa cosa non può dirsi per il centrodestra con una leadership dimezzata, declinante. Anzi da tempo ribalta di una inesorabile frammentazione, inaugurata dalla “breccia” di Alfano e destinata a crescere, come paiono confermare anche i frequenti “smottamenti”. Alcuni dei quali, in vista delle Regionali, si prefigurano già nel segno di un “trasversalismo” ardito con liste civiche moderate, qualcuna di esse pronta già a convergere sul candidato governatore del Pd De Luca. Regioni-laboratorio, allora? Si ha voglia di dire che sono episodi locali, molte sperimentazioni politiche di successo hanno avuto questa origine. La verità è che la “strategia berlusconiana” - mi verrebbe da dire gli “ozi del Cavaliere” - nel puntare a una dorata sopravvivenza politica, grazie un “potere interdittivo” al Senato, non solo si è rivelata di corto respiro; ma, quel che è più grave, è che, per assecondarla, ha abbandonato il partito a se stesso. Con le conseguenze sotto gli occhi di tutti. Avesse deciso di tenere le primarie, di aprire il suo movimento al nuovo, a una partecipazione dialettica non più solo encomiastica, oggi il discorso sarebbe diverso. Dicono che ogni qualvolta che sentiva parlare di primarie, gli venisse l’orticaria. Era meglio l’orticaria, per dirla con la filosofia catalanesca, che l’odierna “aviaria” di consensi.  

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