Giovedì 24 Gennaio 2019 - 2:38

Rivolta anti-Salvini, disobbedire è giusto

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

Inizio con una citazione tratta dalla voce Disobbedienza civile nell’“Enciclopedia delle scienze sociali: “Attraverso la disobbedienza civile può esser messa in discussione una politica governativa specifica o anche più d'una, ma non la stessa esistenza del Governo. In ogni atto di disobbedienza civile è implicito l'impegno di chi protesta a ritornarsene a casa e riprendere la propria vita di normale cittadino non appena il Governo muta quelle politiche che sono oggetto di contestazione. La disobbedienza civile è sempre un atto di coscienza portato avanti con le migliori intenzioni, anche se questo non lo rende automaticamente giusto o giustificato”. Questa definizione, almeno a mio avviso, può e deve valere per il singolo cittadino, ma è applicabile anche al funzionario pubblico, alla burocrazia, ai dipendenti statali, regionali e comunali? Secondo Salvini certamente no. Anzi coloro che lo facessero sono invitati a dimettersi e chi non rispetta la legge e aiuta i clandestini diventa ipso facto un traditore della patria, sulla falsariga di bieche definizioni dei regimi totalitari. Dopo una iniziale adesione di molti sindaci, si è fatta strada la linea della critica al decreto senza però adottare provvedimenti che costituissero la violazione di una legge dello Stato. A conferma di questa posizione si è fatto esplicito riferimento alla firma apposta in calce al decreto dal Presidente Mattarella. Da più parti – Stefano Folli su “Repubblica” e il sindaco di Firenze Nardella – si è sostenuto che una cosa è il diritto politico alla protesta e ben altra è il rispetto della legge. Non posso tuttavia fare a meno di ricordare un triste esempio di mancanza quasi assoluta di disobbedienza civile da parte di funzionari dello Stato. Quando furono emanate le leggi fasciste sulla razza nel 1938 si contarono sulle punta di una mano i funzionari che disattesero la sua applicazione: non lo fecero i giudici, non lo fecero i capi d’istituti scolastici, non lo fecero i Rettori delle Università, non lo fecero gli uffici di stato civile dei Comuni. Mi si obietterà che non siamo oggi in un regime dittatoriale. Può darsi. Ma non sono pochi i sintomi di una ricaduta nella peggiore delle dittature, la più infida, quella della maggioranza, che in forza di uno sfrenato populismo sta mortificando le prerogative del Parlamento e mettendo, così in seria discussione il principio fondamentale di ogni democrazia: la divisione dei poteri. Probabilmente i sindaci saranno costretti a recedere nell’applicare la disubbidienza civile e si spera che trovino un giudice disponibile a far ricorso alla Corte Costituzionale. A questo punto non resta che affidarsi a un movimento (come avvenne per le grandi battaglie per il divorzio, l’aborto, la legge sulle unioni civili) di associazioni, di volontariato, di sindacati, di associazioni partigiane, di circoli cattolici (alla luce della coraggiosa scelta compiuta dai vescovi italiani) e, innanzitutto, di privati cittadini. Era il monito che Norberto Bobbio lanciava nella voce “Disobbedienza civile” scritta per il Dizionario di Politica: l’argomento principale dei sostenitori della disobbedienza civile “è che il dovere (morale) di ubbidire alle leggi esiste nella misura in cui viene rispettato dal legislatore il dovere di emanare leggi giuste (cioè conformi ai principi di diritto naturale o razionale, ai principi generali del diritto o come altrimenti li si voglia chiamare) e costituzionali (cioè conformi ai principi sostanziali e alle regole formali previste dalla Costituzione). Tra cittadino e legislatore esisterebbe un rapporto di reciprocità: se è vero che il legislatore ha diritto all'obbedienza, è altrettanto vero che il cittadino ha diritto a essere governato saggiamente e secondo le leggi stabilite”.   

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