Martedì 13 Novembre 2018 - 2:36

San Paolo o Vespasiano, l’altro scempio di Napoli

Opinionista: 

Pasquale Mastrangelo

Bucce di frutta avariata e pomodori marci. Non passerà tempo, ma fra Comune e il Napoli si arriverà anche a questa guerriglia metropolitana, l’immagine della città diverrà ancora esempio di degrado e materia di sfottò peninsulare. Ci siamo abituati, a tal proposito hanno perfino inventato un’ipotesi di reato all’italiana, “discriminazione territoriale”, ma la reale iattura è che a dare fiato alle trombe stonate del becerume italico contribuisce chi dovrebbe salvaguardare la “cartolina di Napoli”. In questa sceneggiata “lazzara e coatta”, ci sono quattro ruoli chiari, ma allo stesso tempo ambigui per quanto a stento riescono a celare: De Magistris, De Laurentiis, certa informazione un po’ cortigiana e il popolo di Napoli, quello de “il Napoli siamo noi!”. Ci sentiamo lontani da tutti costoro, pensiamo liberamente e possiamo quindi azzardare qualche considerazione. De Magistris, “‘o bbuon”, è l’espressione tipica, il concentrato del politicante napoletano, vicerè della peggior tradizione spagnola, Masaniello all’occorrenza, dispensatore furbo di puntuali primizie amministrative quando possono diventare cassa di risonanza antigovernativa. Ama tenere un piede nel “salotto buono” della società, ma non disdegna di “calarsi” nella bolgia variopinta e contestatrice del popolino, quando questo ha lampi di lucidità e capisce di essere preso ancora e sempre per i fondelli. Preferiva l’arancione all’azzurro, ma a furia di sciacquare la sua bandana rivoluzionaria nel sapone dei compromessi, nell’inattendibilità dei suoi programmi e nell’incapacità dei suoi “oranti” collaboratori, il colore è virato in un grigio “pirla” sbiadito. Soltanto il tentativo di cancellare le nefande amministrazioni precedenti e l’insipienza delle alternative ha potuto generare tale disastro elettorale per Napoli. E poi, i suoi portaborse che in queste settimane stanno blaterando sul San Paolo e sul DeLa, autocelebrandosi come politici di razza, ma dimostrando di essere soltanto dei “ronzini”. La democrazia è anche questa: tutti hanno il diritto di emettere suoni dalla bocca, almeno fossero armonici! De Laurentiis, “o malament”, è un discreto nocchiero, molto abile nell’apprendere, pronto a mantenere il controllo della navigazione sempre in acque tranquille per la “sua” navicella. Per comprendere a fondo il personaggio, però, vanno chiariti alcuni fondamentali. A parte il becerume del “tifo a tutti i costi”, si dimentica che l’estrazione storico familiare del presidente non è napoletana, egli rappresenta un fulgido esempio di miscellanea fra la “cazzimma” torreannunziatese e la “coattitudine” romanesca. Non vive a Napoli, vi fa “affari”, non possiede alcun immobile riconducibile alla S.S.C.Napoli, a differenza dei suoi predecessori, e di fatto, se un giorno volesse staccare la spina dalla città e dalla sua società sportiva, si dovrebbe preoccupare di vendere solo il titolo sportivo e il parco giocatori. Ma quando Marino prospettò l’affare Napoli per una manciata di fagioli, calò il carico a tressette per vincere la mano. Ci ha raccolto dalla m... del dimenticatoio per portarci stabilmente in Europa e fra le prime della Serie A... è vero. Come se ci avesse condotto in un “limbo” di cui ora siamo obiettivamente prigionieri. In molti aspetti i due sono simili, accidiosi, gelosi del protagonismo altrui. Ciò è inaccettabile per il loro enorme “ego”. Sarri offriva bel gioco ma non vinceva. Ma i film di De Laurentiis, a parte le risate, che hanno vinto? Il botteghino? Che dire di certa stampa? La insultiamo, le mettiamo il bavaglio? Perché alcuni hanno la discutibile abitudine di annunciare acquisti che non ci sono, di vedere fantasmi “top e vip” dietro le tende di un albergo, o alla dogana di un aeroporto? Potrebbero smetterla, ma questo è il loro pane. Il popolo, i figuranti. Ormai le società di calcio sono fonte di rischio o di lauti profitti solo per chi le possiede. Il popolo di Napoli, o meglio i cosiddetti “ultras”, dovrebbero subodorare il “marcio” che sale già putrido dagli schieramenti dei media nazionali sull’asse Torino-Milano, non farli gongolare. E infine, questo popolo si è mai chiesto che fine ha fatto l’imprenditoria napoletana, quando la loro “squadra del cuore” è fallita? Perciò non invochiamo improbabili nababbi. I cinesi a Napoli sono pallidi sosia di quelli dell’Inter, e gli arabi poi, prima di acquistare il Napoli, dovrebbero gravarsi del “niente” di una città in disordine e senza futuro. Questo ci passa il convento, amen! 

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