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È ovvio che, prima di emettere qualsiasi giudizio su Nicola Zingaretti, neo segretario del Pd, bisogna aspettare anche se, purtroppo per lui, il tempo non gli è amico. Battono alle porte le elezioni europee, test di enorme importanza non soltanto perché sono destinate a delineare il nuovo assetto dell'Ue, ma anche ai fini della politica interna, e il tempo a disposizione è davvero poco perché Zingaretti possa riuscire a imprimere la sua impronta al nuovo corso del Pd. Al momento, osservando i suoi primi passi da leader, sembra che il suo obiettivo primario sia quello di riassorbire, per quanto possibile, la diaspora che ha portato alla costituzione dei Liberi e uguali di Bersani e D'Alema e di altre formazioni minori della sinistra e di recuperare un più stretto rapporto con il mondo sindacale. Un nobile intento anche se saremmo tentati di rispolverare, per il neo segretario, la frase che, nei Promessi sposi, il gran cancelliere Antonio Ferrer rivolge al suo cocchiere: "Adelante Pedro, con juicio" perché la riunificazione è una bella cosa, ma può rivelarsi un'insidia. Pensiamo, ad esempio, ai problemi che nel partito potrebbe creare la presenza di D'Alema che ha disseminato veleni per tutto il corso della sua carriera politica. Quel che serve al Pd per risalire la china è molto di più: è uno scatto, un colpo d'ala. Quello scatto e quel colpo d'ala - per intenderci e sperando che questa osservazione non ci procuri eccessive critiche - che al Pd seppe imprimere Matteo Renzi prima di essere "messo al muro" sotto l'assalto del "fuoco amico". La politica è condizionata dagli umori del tempo. Basta voltarsi un attimo indietro per rendersi conto di come le stagioni si alternino senza un chiaro perché: alla stagione del centrodestra berlusconiano subentrò quella di Prodi, Renzi e Gentiloni. Ma da qualche tempo, l'irruzione sulla scena di due forze che hanno letteralmente rivoluzionato il modo di far politica, comporta per i partiti tradizionali la necessità di un aggiornamento radicale nei comportamenti e negli obiettivi. Finora, sia nella Prima, sia nella Seconda Repubblica, le forze politiche che si contendono il potere, hanno agito nell'ambito di uno stesso sistema. Cinquestelle e Lega hanno fini diversi. Puntano - soprattutto la Lega che i sondaggi continuano a dare in vorticosa ascesa - ad instaurare nel nostro paese un sistema diverso. Diciamolo pure, anche se la parola può suscitare più di un'apprensione; puntano ad instaurare un regime. Competere con raggruppamenti di questo tipo che sembrano godere, tra l'altro, di un ampio consenso popolare, è impresa da far tremare le vene e i polsi, ma è questo che chi voglia esercitare con efficacia il ruolo dell'alternativa, deve fare. Se la sente Zingaretti di affrontare una simile sfida che non si vince soltanto operando una sorta di restauro di una sinistra sbrindellata e divisa? È capace, cioè, di portare il Pd al di là delle ""colonne d'Ercole" come - piaccia o non piaccia - fu capace di fare il tanto contestato Matteo Renzi? Insomma, quel che si chiede a Nicola Zingaretti è di non limitarsi a un'ordinaria amministrazione che, per quanto necessaria, non può bastare a soddisfare le esigenze di tempi che ordinari non sono. Mostri di saper volare alto, metta sul tavolo il progetto di una grande riforma, tenga presente che, per far fronte alla sfida leghista, non serve e non basta un'opposizione del venti per cento.