Giovedì 24 Gennaio 2019 - 2:24

Stampa sott’attacco, ora il Governo manda la polizia nelle redazioni?

Opinionista: 

Roberto Paolo

L’anno nuovo è cominciato gravido di segnali molto preoccupanti per la libertà di stampa nel nostro Paese. Segnali che vengono da lontano, ma che nelle ultime settimane si sono moltiplicati in maniera inquietante. Sono principalmente i giornali a trovarsi sotto un pesantissimo attacco da parte del Governo gialloverde di Salvini e Casaleggio. 
Dico Salvini e Casaleggio non a caso. In quest’epoca di partiti personalistici, proprio i due partiti che amano presentarsi come popolari e populistici sono in realtà saldamente governati con pugno di ferro dai loro rispettivi leader. Salvini per la Lega. La Casaleggio Associati per il Movimento 5 Stelle, giacché appare sempre più evidente che i vari Di Maio, Di Battista, Grillo e compagnia cantante altro non sono che burattini diretti da un abile Mangiafuoco. Casaleggio padre, così come Casaleggio figlio e l’apparato che con loro collabora nella Casaleggio & Associati e nella “piattaforma Rousseau”, non ha mai fatto mistero di avere in massimo disprezzo i giornalisti: in quanto intermediari dell’informazione, professionisti ascoltati e autorevoli, i giornalisti rappresentano il più grande ostacolo alla manipolazione delle informazioni mediante le macchine virtuali che, attraverso i social network, governano la rete di internet e plasmano la pubblica opinione. 
Infatti, il primo obiettivo, perseguito con ostinazione e tenacia, anche con metodi subdoli e gaglioffi, nel corso degli ultimi anni, è stato di togliere autorevolezza a giornali e giornalisti. Lo si è fatto accusandoli indistintamente, senza tema di sfiorare e superare i limiti del ridicolo, di ogni nefandezza, di essere la causa di ogni male del nostro Paese, di essere servi pagati da oscuri gruppi di potere per causare il male dei poveri ed indifesi cittadini italiani. E poiché in ogni momento di difficoltà il popolo è sempre alla ricerca di un facile colpevole, di un nemico visibile e riconoscibile, eliminato il quale tornerà il Paradiso in terra, l’operazione ordita da questo gruppo di potere (questo sì davvero oscuro), che si nasconde dietro un apparente movimento popolare, è perfettamente riuscita.
Così come nei primi anni ’90 del secolo scorso, con Tangentopoli, la causa di ogni male erano diventati gli uomini politici, rincorsi per strada da folle che lanciavano monetine; così come nel decennio successivo, con l’ascesa al potere di Silvio Berlusconi, i colpevoli di tutti i mali dell’Italia furono individuati nei magistrati; oggi che al Governo del Paese ci sono i giallo-verdi, la categoria più deplorata è quella dei giornalisti.
Ma, a differenza di politici e magistrati, i giornalisti hanno voce per dire la propria, ogni giorno, nel dibattito pubblico. E ne hanno, per formazione professionale, anche le capacità. Riuscendo così a replicare e argomentare e difendersi e persino attaccare, svelando la vera faccia dei burattini di turno, spiegando gli effetti reali delle promesse dei pifferai magici del momento, rivelando le vere storie di questi parvenu della politica e dei loro familiari più prossimi. Con i giornalisti non è bastato, per il momento, soltanto intaccarne l’autorevolezza con il bombardamento di insulti e liste di proscrizione sui social network. No, per fermare i giornalisti e diventare gli unici incontrastati padroni dell’informazione, bisognava togliere loro la voce. E la voce dei giornalisti è costituita dagli organi di informazione, le palestre dove i giornalisti si formano, crescono, e attraverso cui sono in grado di comunicare con l’opinione pubblica. In primo luogo, i giornali.
Così il nuovo Governo ha cominciato subito cercando di sabotare i grandi quotidiani nazionali, con le esplicite minacce di vietare alle aziende partecipate dallo Stato di comprare pubblicità sulla carta stampata. E appare davvero incredibile che un Governo voglia occuparsi di marketing aziendale, ancor di più se lo fa per indicare a quali organi di informazione destinare gli investimenti pubblicitari (con quali criteri? alle tv del signor X sì ma ai periodici del signor Y no?).
Poi, agitando i randelli verbali a colpi di “infimi sciacalli” e “giornalisti puttane”, i vertici del Movimento di Casaleggio hanno minacciato di fare una legge per proibire a taluni non meglio specificati soggetti di produrre giornali, additandoli come “editori impuri”. Una categoria che dovrebbe essere proprio il Governo a definire e circoscrivere con i suoi provvedimenti di legge. Non vi ricorda qualche regime dittatoriale del passato?
Nell’attesa di questa salvifica norma, il Governo gialloverde ha inserito nella legge di bilancio 2019 un emendamento con cui si aboliscono le agevolazioni tariffarie (sulle spese postali e telefoniche) di cui beneficiavano fino ad ora tutti gli editori di giornali.
Ma poiché si trattava di pochi spiccioli, hanno subito pensato di fare qualcosa di più. Con un altro emendamento, infilato nella legge di Bilancio nottetempo, poche ore prima di andare al voto di fiducia al Senato, il Governo ha abolito il contributo pubblico ai giornali editi da cooperative di giornalisti o enti morali senza scopo di lucro. Si tratta di centinaia di settimanali e quotidiani medio-piccoli che rappresentano la spina dorsale dell’informazione locale nel nostro Paese, e che con questa norma sono destinati alla scomparsa. Restano invece in vita i contributi pubblici all’editoria per radio e tv, per i giornali degli italiani all’estero e per quelli delle minoranze linguistiche, delle associazioni di consumatori, delle associazioni per ipovedenti. 
Con una menzogna davvero vergognosa Salvini ha tentato di far credere che i soldi risparmiati sarebbero stati usati per alleviare i disagi degli italiani poveri. Non è vero. Il fondo per il pluralismo resta immutato. E allora, i circa 60 milioni l’anno che non verranno più dati ai giornali locali come saranno impiegati? L’emendamento passato in legge di Bilancio non merita di essere qui ricopiato: il testo si avvolge su se stesso in un tripudio di roboanti espressioni che non vogliono dire niente di sensato. L’unico significato comprensibile è che sarà la Presidenza del Consiglio, con propri decreti, a decidere quali iniziative editoriali “di soggetti privati o pubblici” (?) potranno beneficiarne. Una specie di delega legislativa in bianco alla maggioranza di Governo, su una materia di rilevanza costituzionale, inserita in una legge di bilancio. Roba che i padri della Costituzione repubblicana si staranno rivoltando nella tomba.
Ma per farsi un’opinione della portata del provvedimento non serve studiare Diritto costituzionale, basta leggere sui social i commenti esultanti ed insultanti di tanti ex sindaci o assessori che gioiscono per la prossima chiusura dei quotidiani locali che avevano fatto le pulci alle loro amministrazioni, riferito delle indagini giudiziarie che colpivano quei Comuni, gli stessi giornali che con le loro inchieste avevano acceso i riflettori su appalti sospetti, nomine di dubbia legittimità, infiltrazioni pericolose di poteri occulti e camorristici. E che ora, grazie al Governo gialloverde di Salvini e Casaleggio, saranno ridotti al silenzio.
A nulla è servito che contro questa norma ammazza-giornali siano scesi in campo tutte le associazioni degli editori, nessuna esclusa, l’Ordine dei giornalisti, la Federazione nazionale della Stampa, tutti i partiti di opposizione da destra a sinistra, persino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Anzi. Tanta mobilitazione ha dato davvero sui nervi ai timonieri dell’attuale maggioranza politica. E allora, ecco altre minacce. All’indomani di una manifestazione dei giornalisti davanti Montecitorio, ecco la risposta su “Ilblogdellestelle”: un articolo in cui si fa astutamente credere che i contributi verranno tolti a “gruppi economico-finanziari che tutto hanno a cuore meno quello di fare giornali autenticamente indipendenti, al servizio dei lettori e dei cittadini”. Falso. I contributi vengono tolti alle cooperative di giornalisti come noi del “Roma”. E a beneficiare della chiusura di tante piccole testate indipendenti saranno proprio i proprietari di grandi giornali sempre più in crisi di copie e in affanno di introiti pubblicitari, che ripianano i propri deficit in campo editoriale grazie alle altre proprie imprese che rappresentano il loro vero core-business, dall’industria automobilistica al calcestruzzo. Ma ai 5 Stelle di Casaleggio & company queste cose non fa comodo raccontarlo. E siccome lo sanno di essere dalla parte del torto, siccome sanno che presto con le chiusure dei giornali saranno accusati di aver soppresso tante voci libere e tanti posti di lavoro, ecco che nella loro strategia entrano necessariamente le minacce di interventi polizieschi e giudiziari. Nello stesso articolo del blog delle stalle (pardon, delle stelle) si legge: “Ne riparleremo nelle prossime settimane”, “continueremo a raccontare cosa sono stati e sono i finanziamenti pubblici all’editoria (...) quanti sperperi, regalìe, scandali e truffe hanno prodotto”, e giù una serie di scenari raccapriccianti di “cronisti ridotti a schiavi” di questi padroni cattivi “che hanno munto e vorrebbero continuare a mungere i fondi della presidenza del Consiglio”.
Il messaggio intimidatorio è chiaro: stanno per arrivare nelle redazioni dei giornali gli ufficiali di polizia giudiziaria mandati dal Governo per fare le pulci ad ogni riga di bilancio, per far chiudere i giornali per via processuale e dimostrare la loro tesi, che i contributi all’editoria li hanno presi solo i truffatori, e mettersi così l’anima in pace. 
Non c’è da sorprendersi se i controlli cominceranno proprio da coloro che sono scesi in piazza per protestare contro i provvedimenti illiberali del Governo gialloverde di Salvini e Casaleggio. E del resto è uno scenario che già si è visto all’inizio del decennio, quando pattuglie della Guardia di Finanza aprirono fascicoli su decine di testate locali, alle quali solo per il fatto di essere oggetto di accertamenti fu immediatamente bloccato il contributo pubblico, testate che per questo furono costrette a chiudere. Di tutte quelle indagini, i processi conclusisi con una sentenza di condanna saranno stati un paio. Per decine di altri, o i processi non sono mai stati avviati o si sono conclusi con assoluzioni e dissequestri. Ma quando ormai era troppo tardi per giornali e giornalisti. Uno scenario che potrebbe ripetersi oggi, grazie ai gialloverdi di Salvini e Casaleggio. Buona fortuna, Italia.

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