Venerdì 21 Settembre 2018 - 3:25

Titolo preferenziale? “Voler bene a Napoli”

Opinionista: 

Aldo de Francesco

Da quando i “Cinquestelle” sono approdati a Palazzo Chigi, occupando tutto quello che c’era da occupare anche le “guardiole”, in base alla legge dello “spot… sistem” coniato da Di Maio: “Lo Stato siamo noi” sulla scia del Re Sole che disse: “Lo Stato sono io”, la politica, definita fino a qualche tempo fa un teatrino, è diventata un “cabaret”. Di fronte alle ricorrenti “gaffe” grilline, che, una volta, si chiamavano più correttamente bufale, dando l’idea visiva di gigantesche cantonate, non si sa più a chi santo votarsi. Eppure se ne contano tanti! Mesi fa la prima a segnalarsi fu l’odierna ministra per il Sud Barbara Lezzi, la quale affermò che “il caldo al Sud fa salire il Pil”, da far credere che bastasse accendere i “termosifoni” per risollevare sofferenti bilanci. Ieri l’altro è riemerso nuovamente Di Maio che, essendo abituato a sforare, ha sforato addirittura la legge di “stabilità fisica”, affermando che la percentuale di acqua nell’uomo è del 90% di acqua mentre in effetti è del 60%. Poteva mancare Napoli in questa competizione? Qui si è superato ogni limite: la nuovissima “boutade” non si è esaurita in una semplice battuta, ma è stata il frutto di una commovente “concertazione di cervelloni” - tre pentastellati di spessore, due recidivi in balle, Di Maio e Lezzi, il terzo Fico ancora in rodaggio più la “mina vagante” de Magistris, che ne sforna una al minuto. Costoro hanno fatto capire che, d’ora in avanti, come titolo preferenziale per occupare degnamente una carica importante nella nostra città, può valere aver dimostrato di “voler bene a Napoli”. Addio quindi curricula, scartoffie. Non fa niente neanche se vi siano impedimenti schiaccianti di conflitti d’interesse, conta avere solo “’nu core grande napulitano” per superare tutti nella corsa alle poltrone del “palazzo”. Lo prova in queste ore la nomina, contestatissima, ma “sub iudice”, dell’imprenditore Floro Flores a neo commissario di Bagnoli. Nonostante questi cumuli in sé una serie di cariche in aperto conflitto con l’auspicata poltrona, tutto passa in secondo piano grazie alla certificazione quasi corale e da sanatoria dei quattro che dichiara: “Egli vuole bene a Napoli”. Anche se si è sul filo del ricorso immediato alla legge 180, vien voglia di stare al gioco e chiedersi: ma valgono le “autocertificazioni” e con quale aggeggio si può misurare il “bene che si vuole alla città” per meritarsi, senza scandalo, una poltronissima? Tutta questa storia mica ce la siamo inventata noi, si può leggere nei resoconti dei giornali sulla impraticabilità della suddetta nomina, in cui stupiscono, inteneriscono e sconcertano le strenue, disperate difese in favore del commissario “in pectore”, che, non avendo i requisiti oggettivi per occupare la carica, sindaco e compagnia cantante “grillina” lo vorrebbero far passare come un… “bene comune” della città per superare certe terrene sciocchezzuole. Vuoi vedere che, in seguito, verrà raffigurato anche sulla moneta nuova che il sindaco intende battere? Forse è meglio che sia lui a battere in ritirata. 

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