Lunedì 10 Dicembre 2018 - 12:50

Trasporti buco nero della “Napoli illegale”

Opinionista: 

Ermanno Corsi

Se era male non poter uscire dalla città (e la provincia si allontanava sempre più), male è diventato non potervi rientrare (con la città irraggiungibile). Ma siccome al peggio non c è limite, da un bel po’ sta andando “naturalmente” anche peggio. Negato il diritto alla mobilità in gran parte del centro, separazione netta e improvvisa tra il giù e il su, fra il centro e le colline (principalmente ferito al cuore il Vomero, la città nella città). Come cambiano i tempi! Prima si deprecavano gli scioperi a “gatto selvaggio”, attuati cinicamente senza minimo preavviso. Adesso basta una miniepidemia influenzale e un “terzetto” di malati “autocomandatisi”, determina quello che nemmeno la “triplice sindacale” di una volta riusciva a fare: la stressante, prolungata paralisi di un grande organismo urbano. *** I “magnifici tre”. Sono i capiservizio delle funicolari di Montesanto, Chiaia e Mergellina. Figure non secondarie perché, come agenti di manovra, senza di loro la sala macchine non può funzionare. Quindi impianti fermi e fermi, ma con la rabbia in corpo e gli occhi fulminanti, i molti utenti che arrivano e trovano i cancelli sbarrati. È successo che, non avendo raggiunto un accordo su turni, orari di lavoro, corse serali e indennizzi economici, i garanti del servizio si sono infilati nel letto col termometro probabilmente “aiutato” a salire come facevano i soldati riottosi alle manovre che volevano marcare visita. I “poveri” medici di famiglia, sicuramente non compiacenti, ci sono cascati e via con i certificati giustificativi! Il grottesco sta anche nel fatto che non è stato possibile reperire 3 sostituti fra i 15 in organico (come la chiamiamo: solidarietà o connivenza?). *** Disagi e responsabilità. Si cominciò con la Funicolare centrale di piazzetta Augusteo, la “madre” di tutti gli impianti partenopei che salgono e scendono (quando funzionano sono prezioso ossigeno per la città). In tanti decenni da che esiste (28 ottobre 1928) non ha dato mai una quantità di problemi come negli ultimi anni: carrozze che sbandano, porte che non chiudono bene, rallentamenti e ritardi, fermate improvvise, insicurezza di orari. Mesi neri quelli del 2017. Memorabile un brusco arresto in pieno inverno. Una voce metallica cerca di rassicurare: “È solo un falso allarme antincendio, per una sigaretta fumata troppo vicino ai sensori”. Si accerta subito, però, che nessuno fumava (un bel po’ sbuffi di acqua gelata “rallegra” i passeggeri in attesa sulla banchina). Quando poi venne chiusa per oltre un semestre (costosi lavori tecnici che non finivano mai) la ripresa non deve essere stata tanto tranquillizzante se Silvio Perrella ha dovuto gridare: “Ridateci la vecchia funicolare, quella dei vagoni obliqui; era molto meglio della nuova”. *** Doloroso punto e a capo. Non sono più i guasti tecnici a fermare i vagoni, ma la loro “malattia” nel senso che se i capiservizio sono infermi, loro restano inchiodati sui binari. Possibili i rimedi? Il sindaco de Magistris afferma che “non ci crede nessuno alle malattie che arrivano all’improvviso”. Già nel luglio scorso (boom di malati), il giuslavorista De Luca Tamajo consigliava la via breve: inviare alla Procura della Repubblica un dossier con tutti i certificati medici. Adesso che Sergio Sciarelli segnala i nuovi 10 “decantati nuovi autobus” che, invece di esser sulle strade, “sono anch’essi ricoverati per qualche malessere” (pianale troppo basso, ruote pericolosamente spostate verso il centro), l’Authority sugli scioperi (la presiede Giuseppe Santoro Passerelli) apre un’istruttoria. Bene, ma come non chiedersi: “E il Comune dov’è, fa qualcosa?”. Non ora, sembra rispondere Palazzo San Giacomo, ma la prossima volta…. Sì, la prossima volta e “alla prima che mi fai”. Nel Corriere dei Piccoli erano sempre queste le ultime parole minacciose del re Tamarindo e sempre il povero Timbuktu tremava di paura…. *** Trasporti lumaca. Tutto si tiene, ma sempre più in rassegnata negatività, nella sconquassata ex capitale. Strade scassate, marciapiedi pezzottati alla meglio; buche che diventano voragini, rotonde che non rendono più scorrevole il traffico (pia illusione), ma lo rallentano fino alla velocità delle lumache; cantieri famosi per la loro immobile fissità secondo il detto “quieta non movère et mota quietare”, così ora l’immobilismo si taglia a fette. L’unico segno di vita viene, nella sfigata via Marina, dall’operaio-guardiano superstite (“mi occupo della sicurezza, pulisco e riparo le transenne quando vengono tamponate e rovesciate dalle auto che sbandano”). Quel cantiere (uno dei 128) abbandonato da mesi,è la sua prigione. Per Piero Sorrentino non si tratta di un improvviso sconvolgimento, ma di “una lenta consumazione accompagnata da un senso malinconico di fine delle cose”. *** Azienda colabrodo. Anm è un acronimo che, significando azienda napoletana “mobilità”, è diventato esattamente l’ironico contrario. Oggi, nell’immaginario collettivo, è sinonimo di paralisi maledetta. Il primato non è solo delle funicolari che non vogliono disabituarsi agli stop improvvisi. Man forte viene pure dagli autobus. L’amministratore delegato Nicola Pascale deve averne viste tante se ora minaccia, giustamente, il “pugno duro”. Ma contro chi? Sembra sempre che, quando le cose accadono, nessuno sia mai responsabile di niente. Però anche la Corte dei Conti che valuta peso e conseguenze del deficit aziendale: riunioni su riunioni e quei conti che non tornano mai…. 

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