Venerdì 25 Maggio 2018 - 9:14

Un altro festival italico, il canovaccio è il solito

Opinionista: 

Pasquale Mastrangelo

Non guardo il festival di Sanremo da più di venti anni. Per la precisione l'ultimo fu nel 1995, quello del primo esperimento delle due vallette, la bionda e la bruna, e del tentativo di suicidio che diede l'occasione a Pippo Baudo di entrare nel gotha dei padri della Patria. Sono uno snob, per dirla alla Bartezzaghi? Non credo. Semplicemente non mi interessa, non mi crea emozioni, e ormai lo considero un vuoto contenitore di spettacolo inverso, una pura finzione mediatica per chi vuole ancora affermare la tradizionale e artistica inclinazione canora del popolo italico. E poi, negli anni, mi sembra che la competizione canora, suddivisa da stupidi protocolli in "nuove proposte", "giovani esordienti", "vecchie glorie o altro", abbia perso importanza, diventando un corollario di scena per ospiti "illustri", stars internazionali e una serie ininterrotta di coconduttrici bellissime che hanno tentato di farsi apprezzare anche per la conoscenza della lingua italiana o per una specie di solidità culturale. Il conduttore o presentatore che dir si voglia ha perso la sua divina capacità mattatoria e ha dovuto cedere spesso lo scettro ad artisti dello spettacolo, quasi sempre comici o intertainers, sulla cresta dell'audience del momento. Perché alla fine il giudice supremo ed inappellabile del successo di un festival non sono i dischi venduti, gli hits canori, come forse dovrebbe essere, ma l'audience, parola mitica, un'arpia mostruosa che distrugge o consacra il futuro di un artista. Certo, a favore del festival sanremese si può riconoscere un grande risultato, continuo e inossidabile. A parte gli ideali politici (una cosa seria), è riuscito sempre a creare negli italiani una accesa dialettica, un "inclito" dibattito, un gossip sostanzioso e a riempire, almeno per una settimana, intere pagine di costume, spettacolo e opinioni profonde: ogni testata ha rigorosamente attivato il suo o i suoi inviati speciali a questa fiera dell'ovvio. E se paghiamo il canone, altrimenti ci staccano la corrente, il festival canzonettaro sta lì a ricordarcelo, per usare un luogo comune in voga, perchè rappresenta l'Italia di ieri, di oggi, è l'ultima espressione di allegria canora di un popolo ammaliato dal mezzo televisivo, bombardato da messaggi pubblicitari manco più criptici, e rassegnato all'ennesima tornata elettorale che non risolverà una mazza! Ecco allora che sorge il sospetto sull'infinità di articoli e commenti in calce a questa kermesse di platinati, liftati, seni e bocche rifatte, di vecchie glorie appena uscite dal laboratorio di un chirurgo plastico, (a proposito, ma siamo sicuri che il direttore artistico sia proprio Claudio Baglioni o la sua icona imbalsamata?), il dubbio atroce che il festival sia capitato come cacio sui maccheroni. De Maio e Renzi, mi dicono quasi ridicolizzati dal Fiorello par condicio, sentitamente ringraziano e plaudono, mentre scivolano come anguille sull'assurdo ed iniquo caso del "demente di Macerata", la violenza minorile imperversa entrando di prepotenza anche nelle scuole, e l'insegnante sfregiata ha il grande coraggio di riconoscere la propria sconfitta, che e poi quella del sistema scolastico e del "sistema Italia". Ricordate il film Rollerball, con un grande James Caan? Ho un umile suggerimento da dare alla governance di questa Italia che si riscopre ancora in camicia nera. Affianchiamo al calcio, già abbastanza violento e decapitato, un torneo canoro che duri tutto l'anno e che abbia in Sanremo la manifestazione finale. Fra l'uno e l'altro avremmo di cosa pascerci quotidianamente, non più inutili dibattiti sui soliti politici, dimenticheremmo che il 16 del mese i soldi sono già finiti, lasceremo andare a votare soltanto i fidelizzati, tanto la tendenza "ricottara" del governo non cambierebbe, però saremmo incollati al video, a tifare per la squadra e il cantante del cuore, e dormiremo contenti. Circenses, ma senza... panem. Chissà, a Grillo potremmo contrapporre Fiorello premier, come suggerisce quel burlone di Sebastiano Messina, ed assistere finalmente ad una competizione elettorale dove i problemi seri si affrontino con l'insostenibile leggerezza del cabaret, non con la pesantezza tragicomica della sceneggiata.  

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