Venerdì 20 Ottobre 2017 - 21:45

Rivieccio, il gentleman della risata

Gino Rivieccio (nella foto), dottore in giurisprudenza, è attore di teatro, televisione e cinema. Napoletano verace, inguaribilmente innamorato della sua città, è nato al Vomero, in via Tino da Camaino, ed è cresciuto da bambino, in via Benedetto Cairoli, al corso Garibaldi, luogo al quale è particolarmente affezionato. Il papà era un poliziotto che operava nel Reparto Mobile della Polizia di Stato, ospitato, all’epoca, dalla Caserma Nino Bixio a Pizzofalcone. Sposato con la imprenditrice-scrittrice Alessandra D’Antonio, ha due figli, Giancarlo e Alberta. È reduce dallo straordinario successo riscosso con il suo “oneman show” nel ritiro del Napoli a Dimaro al quale hanno assistito oltre 4mila persone. Attualmente è anche apprezzato opinionista sportivo di Canale 8 nella trasmissione del venerdì “Tribuna stampa”. Per molti è il vero “gentleman” della comicità.  

All’anagrafe è stato registrato con il nome Gino. Perché?

«In onore al capostipite della famiglia, il fratello maggiore di papà, Gino Rivieccio, che è stato un importante manager a livello nazionale dell’Enel. In pochi lo sanno e i più credono che il mio nome sia Luigi ».  

Suo padre voleva che facesse il commissario di Polizia, ma non lo ha accontentato…

«Come ho detto nel libro che ho scritto in occasione dei miei 30 anni di carriera, ho sempre pensato che Dio si serve di ciascuno di noi per realizzare un suo disegno. In me forse ha visto uno che potesse fare sorridere le persone piuttosto che un avvocato, un magistrato o un notaio. Quelli che hanno delle cose da dire e non le esprimono è come se lo tradissero. Ho “sentito” la sua chiamata e ho appeso la laurea al muro».  

Per questo motivo ha rinunciato due volte al “posto fisso”…

«Ero studente universitario e per accontentare papà feci un concorso per un lavoro a tempo determinato presso la Pretura. Lo vinsi ma resistetti solo un mese. Dopo la laurea fui chiamato dal Credito Italiano per sostenere il colloquio propedeutico all’assunzione. Mi chiesero perché volessi lavorare in banca. Risposi: “so’ venuto per fa’ cuntento papà e mammà ma voglio fa’ l’attore”»  

Quando ha avuto sentore della sua vocazione artistica?

«Forse dai tempi dell’asilo quando in una recita alla scuola Dante Alighieri, a piazza Carlo III, ho interpretato la parte del “diavoletto”. La consapevolezza l’ho avuta ai tempi delle scuole superiori. Capitai nella sezione “E” del Pansini, a piazza Quattro Giornate, che era una succursale del Liceo Classico Iacopo Sannazaro. Incontrai quattro studenti che la pensavano come me e insieme formammo nel 1973 un gruppo di cabaret, “I Caballegri”. Si chiamano Peppe Licchiello, la mente che oggi è insegnante, Paolo Molinaro, battutista eccezionale, un piccolo Michele Serra, oggi è un funzionario della prefettura di Modena, Mimmo La Rana, nipote d’arte perché lo zio era Antonio La Rana, attore di Eduardo, è insegnante, ed Emilia Marone. Peppe e Paolo erano miei compagni di classe. Emilia veniva da una classe femminile dove c’erano tutte “bonazze” come lei. Anche Antonio era di un’altra sezione. Nel mio ufficio romano ho il manifesto dello spettacolo: “Aiuto aiuto è domenica, di Rivieccio, Licchiello, Molinaro - 1973 - Ingresso 1.500 lire-Rivolgersi a Egidio Ia E”. Lo disegnò tutto a mano Riccardo Notte, figlio di Emilio Notte. È la dimostrazione che la vita di ciascuno è condizionata anche dagli incontri che fa».  

Finito il liceo il gruppo si sciolse. Perché?

«Nel 1976, dopo la maturità classica, ognuno di noi si iscrisse all’Università e prese la sua strada. Fui l’unico a continuare e mi feci un copioncino da solo. Lo chiamai “Dal tronco al nobile”, perché era la parodia della pubblicità di Tortoriello “Dal tronco al mobile”. Facevo un “cabaronetto”, un barone in disgrazia che monologava con il pubblico raccontando tutti i suoi trascorsi ».  

Quando ha debuttato?

«Nel 1977 all’“Hell Tip”, una discoteca di Santa Maria di Castellabate. Guadagnai 100mila lire che a quei tempi erano tanti soldi. L’11 agosto scorso ho compiuto 40 anni di carriera. Senonché, come tutti i professionisti, faccio decorrere l’ufficialità del suo inizio dal primo contributo 0che mi fu versato l’11 ottobre 1979 dal compianto Aldo Derbi, l’amministratore del Teatro Sannazaro, quando esordii con la compagnia di Luisa Conte».  

C’è un aneddoto molto bello del suo debutto cilentano. Ce lo ricorda?

«Al termine di uno spettacolo che ho fatto recentemente è venuto a salutarmi nel camerino del teatro uno spettatore di quella serata all’Hell Tip. Era con la moglie e mi ha detto: “Tu nun può immaginà ‘a primma vota che t’aggio visto. Sono stato il tuo primo ammiratore e ancora oggi ti vengo a vedere”. È stato bellissimo».  

Quando ha deciso che la sua professione sarebbe stata quella di attore?

«Già da amatoriale sentivo di avere qualche cosa da dire e stavo bene sul palcoscenico davanti al pubblico. La certezza assoluta la ebbi nel momento in cui iniziai a frequentare il Sannazaro. È il periodo del concorso in Pretura che papà volle che facessi perché aveva fiutato il pericolo...».  

Come arrivò alla “Bomboniera di via Chiaia”?

«Per merito di mio zio Aurelio Morino. Era geometra e aveva curato i lavori di ristrutturazione del teatro rendendolo come lo vediamo oggi. Era amico di Luisa Conte e le disse: “andate a vedere mio nipote Gino, fa uno spettacolo al Teatro Tenda con il TTC”. Venne, le piacqui e mi scritturò. L’idea di recitare con la signora Conte e Pietro De Vico mi piaceva troppo. Lasciai la Pretura e mio padre si arrabbiò da morire».

Il suo debutto da professionista?

«L’ho avuto con lo spettacolo “Mettimmece d’accordo e ce vattimmo”, il 25 ottobre 1979 con la compagnia fondata da Nino Veglia. Quel palcoscenico mi ha formato e mi ha consentito di lavorare con Luisa Conte, Nino Taranto, Piero De Vico, Carlo Taranto, Olimpia Di Maio, Giulio Adinolfi, Tullio Del Matto, e tanti altri artisti che come loro hanno scritto pagine importanti della storia del teatro napoletano».  

Contemporaneamente iniziò anche la sua avventura televisiva…

«A Canale 21. Partecipavo a “Tutto il calcio patuto per patuto”. Era una trasmissione di Clemente Hengeller e condotta da Mario Savino, che mi diede grandissima popolarità facendomi vivere anni straordinari. Andava in onda il giovedì e sbancò subito raggiungendo livelli di ascolto altissimi per una emittente locale».  

Poi però si prese un periodo sabbatico. Perché?

«Mi mancavano due esami per la laurea. Finire l’Università era un obbligo che avevo verso mio padre e una soddisfazione anche per me. Dietro le quinte del Sannazaro mi chiamavano “l’avvocato” e la cosa mi piaceva non poco. Lasciai il palcoscenico dal 1983 al 1985, quando mi laureai».  

L’anno successivo è caratterizzato dal suo “gran rifiuto” al Credito Italiano...

«Fui terzo ex aequo al festival del cabaret di Loano. I primi furono Aldo e Giovanni, ai quali in seguito si è aggiunto Giacomo, secondo fu De Marchi, quindi io a pari merito con Capra e Cavoli di Bologna. Questo risultato mi consentì di approdare alla Fininvest dove fui ingaggiato per fare su Rete Quattro “Un fantastico tragico venerdì” con Paolo Villaggio e Carmen Russo».  

Fu la svolta…

«Cambiai passo e capii quali erano le mie capacità. Entrai nel mondo della televisione nazionale quando non era ancora contaminata dalla politica e Silvio Berlusconi era diviso tra l’amore per la sua emittente e quello per il suo Milan. Seguiva tutto in prima persona. Sono rimasto in Mediaset fino al 1990 e ho viaggiato “in prima classe”. Resta la gratitudine verso un uomo che mi ha dato la “patente”, mi ha fatto fare un salto di qualità, consentendomi anche di capire meglio la vita».  

Quindi il ritorno al teatro…

«Portai in scena al San Carluccio, il teatro di San Pasquale a Chiaia, lo spettacolo “Cose dell’altro mondo”. Fece registrare il sold out per tre mesi. Diventai un fenomeno commerciale e molto richiesto. Fu allora che capii uno dei grandi misteri del mestiere di attore».  

Quale?

«Che esistono artisti molto popolari che però hanno poco seguito mentre altri, che lo sono meno, invece sbigliettano. Il mio impresario li definiva “attori che uno si porta a casa”. Nel teatro questo viene certificato dal botteghino che dà il dato reale dell’audience».  

Poi c’è stato un ritorno alla televisione e questa volta in Rai…

«Dal 1991 al 1992 sono stato sull’emittente di Stato con due trasmissioni: “Sereno variabile” e il “Cantagiro” con Fiorello e Mara Venier».  

Ma il teatro era la sua vera casa e il Diana della famiglia Mirra le spalancò le porte…

«Ancora una volta è stato un incontro a determinare un’ulteriore tappa fondamentale della mia carriera. Conobbi Dino Verde perché ero amico di suo figlio Gustavo che ancora oggi è il mio autore. Ci inventammo con la produzione del Diana “Scanzonatissimo”, uno spettacolo che Dino riprendeva dopo trent’anni e che era stato portato al successo da Antonella Steni, Alighiero Noschese e Elio Pandolfi, con la partecipazione di un giovanissimo Pippo Baudo. È stato l’inizio di un percorso teatrale che nel corso degli anni mi ha portato a quello che sono oggi».

Che rapporto ha con il cinema?

«Ho fatto qualche esperienza. Recentemente ho partecipato a “Qualcuno ha visto il Papa” scritto da Corrado Taranto che dovrebbe uscire la prossima stagione. Ora ho un progetto mio pronto».  

Può darci qualche anticipazione?

«È un’idea molto bella. Si sviluppa in Campania e mostra un altro aspetto della nostra regione. La sceneggiatura è mia e di mia moglie Alessandra che considero la migliore manager di se stesa e, naturalmente, mia. Non è escluso che io ne curi anche la regia. Ci sono proposte ma sto aspettando di ricevere offerte concrete».  

È un attore che non stanca mai. Quale è il segreto?

«Se è vero, forse dipende dal fatto che non ho mai tradito o deluso il pubblico, per il quale ho grande rispetto. Mi rinnovo in continuo concedendomi pause giuste per non inflazionare la mia presenza e, quindi, stancare lo spettatore. Indubbiamente devo ammettere che qualche merito mi viene riconosciuto considerato che resisto da 39 anni e, per usare una terminologia calcistica, lotto ancora non per la Champions ma sicuramente per la coppa Uefa. Ne è prova il fatto che quest’anno apro il cartellone del Diana con lo spettacolo “Cavalli di ritorno”, scritto insieme a Riccardo Cassini, Gustavo Verde e Gianni Puca. Sul palcoscenico sono con Paola Bocchetti e Rosario Minervini, mentre in video c’è Giovanni Esposito».

25 anni di carriera festeggiati con il grande spettacolo al Diana con Pippo Baudo. 30 anni con il libro e annesso dvd “Gino Rivieccio show”, edito dalla Graf di Luciano Chirico. Che cosa ha in mente per il quarantesimo compleanno?

«Mi inventerò qualche cosa di altrettanto bello che condividerò con il mio grande amico editore Luciano. Sicuramente ricorderò il grande Francesco Caccavale con il quale ho raggiunto il record di 11 presenze al teatro Augusteo. Lucio e Mariolina Mirra, gli amici del Totò, Gaetano Liguori e Davide Ferri, e tutti quelli che in questi anni mi hanno dato fiducia e sostegno. Tra questi c’è Francesco Scarano, proprietario del teatro Lendi di Grumo Nevano. È un giovane napoletano di grande intelligenza e capacità imprenditoriali. Produrrà i miei prossimi due spettacoli».  

Nella nostra chiacchierata non può mancare il Napoli di cui è tifosissimo…

«Vedo solo l’azzurro della sua maglietta e nessun altro colore. Questo è un paese che ti consente di cambiare moglie, fede religiosa, idea politica, ma non ti perdonerebbe mai un tradimento calcistico. Sono così da quando avevo cinque anni e papà mi portò a vedere Altafini. Quando il Padreterno avrà deciso che il mio tempo sulla terra è finito, avrò tanto da dirgli. Le cose oggi vanno molto male e dall’alto Lui lo vede. Ha bisogno di qualcuno che lo faccia ridere e che gli racconti qualche inciucio. Sono sicuro che mi chiederà come fece il Napoli a perdere quello scudetto contro il Milan nel 1989. Io replicherò: “Patetè ma nun t’ho posse dicere io a te. Me l’ ‘e dicere tu a me”».

di Mimmo Sica

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