Martedì 18 Settembre 2018 - 22:39

Annamaria Colao, la scienza che studia l’ipofisi

Annamaria Colao (nella foto), medico, è professore ordinario di Endocrinologia, direttore della sezione autonoma di Endocrinologia e vicedirettore del dipartimento di Gastroenterologia, Endocrinologia e Chirurgia generale presso l’Università Federico II di Napoli. È Presidente del progetto di rete regionale della Regione Campania degli endocrinologi (Progetto CA.R.E.). Ha fondato il Campus Salute Onlus, lo presiede a livello nazionale dal 5 giugno 2015 e ne ha la responsabilità scientifica. È componente dell’Istituto Nazionale di Tecnologia dal marzo 2017. È stata presidente del Comitato Nazionale Garanti della Ricerca del Miur. Nelle classifiche mondiali è considerata la numero uno negli studi sulle malattie ipotalamo-ipofisarie.

«Sono napoletana, figlia di un medico e di una biologa/farmacista (mia madre ha preso 2 lauree quando ero già all’università!). Ho avuto la fortuna di frequentare scuole molto severe perché i miei genitori sono stati sempre attenti alla formazione scolastica di mia sorella e mia. Ho frequentato la scuola svizzera fino alla terza media, poi il liceo classico al Pontano e al Sacro Cuore».

È figlia d’arte. Per questo ha voluto iscriversi a medicina?

«Fare il medico non è stata la mia prima scelta. Ero rimasta affascinata dagli studi classici e volevo iscrivermi a Lettere antiche per diventare archeologa, andare in giro per il mondo a scoprire reperti. Papà me lo sconsigliò facendomi presente che quel genere di lavoro richiede l’impiego di notevoli risorse economiche alle quali lui non avrebbe potuto far fronte. Decisi per la facoltà di medicina per due ragioni. Smentire il convincimento di mia madre che riteneva quegli studi troppo difficili e perciò non adatti a me. Poi perché la mia innata passione per la ricerca poteva trovare soddisfazione negli studi di laboratorio».

Perché ha scelto di specializzarsi in Endocrinologia?

«Dopo una esperienza ospedaliera, iniziata alla fine del triennio, in Cardiologia, Anatomia patologica e Chirurgia, mi ero accorta che quelle branche della medicina non erano fatte per me e poi perché era l’unica specializzazione che mio padre non aveva. Lui aveva seguito medicina negli anni ’40 mentre l’endocrinologia è nata molto tempo dopo».

È stata una delle prime matricole del II Policlinico e poi della scuola di specializzazione di Endocrinologia...

«Mi sono iscritta nel 1977 proprio quando si è aperto il nuovo Policlinico. Lì ha visto anche la luce la scuola di endocrinologia e malattie del metabolismo. Il mio maestro, come quello di tutti, è stato Marco Minozzi».

Dopo la specializzazione si è dedicata anima e corpo allo studio dell’ipofisi. Perché?

«Tutti i miei colleghi sceglievano lo studio della tiroide con il professore Gaetano Salvatore, persona d’ingegno elevatissimo e grande ricercatore, che di fatto aveva cambiato il mondo della ricerca di questa ghiandola di grande importanza. L’ipofisi, invece, nessuno voleva studiarla. A me è piaciuta sempre moltissimo perché è la centralina di tutto il nostro sistema endocrino».

La si può definire una “figlia” del II Policlinico?

«Sono cresciuta qui come studente, professore e scienziato. Ho trascorso solo un periodo in Francia, a Marsiglia, quando vinsi una borsa di studio in dottorato di ricerca. Il professore Gaetano Lombardi, che era succeduto a Marco Minozzi e che diventò quindi il mio mentore, mi consigliò di fare il percorso di ricerca pura, cioè su animali e tessuti, nel laboratorio di Marsiglia dove era stato anche lui».

Com’ è iniziata la carriera al Policlinico?

«Purtroppo quando io terminai il mio percorso accademico, le posizioni di ricercatore universitario erano già state tutte esaurite. Io potei entrai al Policlinico come tecnico laureato. Per dieci anni feci assistenza, ricerca e didattica con questa qualifica ma ero contenta lo stesso perché potevo fare quello che mi piaceva ».

Quando si sbloccò la situazione?

«Con i titoli che avevo accumulato, nel 2000 feci il concorso per professore associato e lo vinsi. Poiché il passaggio da tecnico laureato a professore associato era troppo oneroso per la facoltà di medicina, vinsi un anno dopo il concorso per ricercatore. Nel 2002 divenni professore associato e nel 2006 vinsi, poi, il concorso di professore ordinario. Dal 2008 sono titolare della cattedra di endocrinologia e malattie del metabolismo e dal 2012 sono la responsabile dell’Unità in quanto sia il prof. Gianfranco Fenzi che il prof. Gaetano Lombardi, erano andati in pensione».

Quindi ora è docente, ricercatrice, e fa attività assistenziale. Come si conciliano questi tre ruoli?

«Ciascuno è imprescindibile dagli altri due. Il lavoro nella giornata è unico e non si può separare la parte didattica e scientifica da quella assistenziale. Come cerco di spiegare continuamente e a fatica ai politici, i malati sono per noi l’equivalente di ciò che rappresentano i codici per i giuristi, i papiri per gli archeologi, le formule matematiche per i matematici. Il malato è il fine ed è l’oggetto della nostra ricerca. Lo studio, l’osservazione, la sperimentazione farmacologica e la ricerca di laboratorio, sono essenziali per compiere quei passi in avanti che i nostri pazienti meritano. Abbiamo anche creato un laboratorio sperimentale che prima mancava».

Quali sono gli argomenti di ricerca del suo team?

«Noi studiamo i meccanismi molecolari di comparsa e differenziazione tumorale endocrina, il ruolo degli ormoni sulla progressione di diversi modelli tumorali, i meccanismi di funzionamento del tessuto adiposo e della fertilità maschile e femminile. Inoltre, effettuiamo indagini molecolari su campioni di sangue e di tessuti che i nostri pazienti e il Comitato etico ci autorizzano a prelevare, per studiare la risposta a farmaci e terapie utili non solo agli attuali malati ma anche alle generazioni future ».

Quali sono le scoperte più recenti che avete fatto?

«L’Endocrinologia è una branca della medicina che ha visto numerose scoperte negli ultimi 10 anni: almeno una decina di nuovi ormoni che prima non si conoscevano. Oggi sappiamo che lo stomaco, il fegato, l’intestino, il cuore, i reni, il cervello sono organi endocrini, capaci cioè di produrre sostanze specifiche che vengono secrete nel sangue e hanno effetti a distanza. Una delle patologie che ha ricevuto un grande impatto di conoscenze è infatti l’obesità, che oggi sappiano non dipende esclusivamente dal fatto che si mangia molto e si fa poco moto, ma dipende anche dalla relazione in cui “parlano” tra di loro gli ormoni del cervello e del tratto intestinale».

Come primario di quanti posti letto dispone?

«Sulla carta sono 10 per i malati più 2 in day hospital. In realtà, purtroppo, con la carenza di personale che c’è ne ho disponibili solo 5. La conseguenza è che le liste di attesa sono molto lunghe».

Com’è secondo lei la sanità in Italia e in Campania in particolare?

«Attualmente la sanità si basa su criteri esclusivamente economici che non hanno in nessuna considerazione l’aspetto umano. In altre parole l’interrogativo è quanto costa un ammalato all’ente che eroga i fondi e quanto deve spendere il destinatario dei soldi per rimanere entro il budget che si è prefissato. Questo sistema a mio avviso è parzialmente fallito perché considerare il malato come un business non è possibile. Questa è una grande colpa della politica che non ha capito che i policlinici universitari non possono essere regolamentati con gli stessi criteri con cui lo sono gli ospedali visto che nei policlinici oltre l’assistenza si fa didattica e ricerca».

Perché?

«L’ospedale può decidere di non accettare un paziente se la sua patologia non rientra nei parametri previsti. Al policlinico questo non può accadere perché il professore che insegna ai futuri medici non può limitarsi alle sole patologie “consentite”, cioè a quelle più gravi, perché lo studente deve imparare ad intervenire anche su quelle più lievi».

Nei confronti della medicina transfrontaliera regolamentata dalla Comunità Europea qual è la posizione del II Policlinico?

«La normativa riguarda soprattutto le malattie rare e consente al cittadino che non può ricevere cure per la sua patologia nel proprio paese di andare in qualsiasi altro stato della Comunità Europea in grado di assisterlo. Si calcola che oltre 20 milioni di cittadini europei hanno una malattia rara. Su questa base il parlamento europeo ha dato dei fondi per organizzare le reti delle malattie rare e nell’ambito dei vari settori l’Europa ha cominciato a organizzare i gruppi. Quando il ministero della Salute ha pubblicato un bando sull’argomento, noi come gruppo di endocrinologia e gruppi di altre branche del II Policlinico abbiamo avuto la possibilità di “applicare” per queste reti nostri progetti. Il ministero della Salute a dicembre 2016 ha esaminato i profili mandati dalla Regione e ha riconosciuto al Policlinico Federico II la titolarità e la responsabilità per sei coordinamenti di patologie rare. Uno di questi è costituito dal nostro gruppo di endocrinologia che dialoga con i coordinatori a Bruxelles. Peraltro la Società Itaiana di Endocrinologia ha conferito a me l’incarico di coordinare tutti i centri italiani».

Un riconoscimento prestigioso che però non è supportato da adeguati finanziamenti...

«Purtroppo. Ci stiamo impegnando per dare una risposta ai malati basandoci esclusivamente sulle nostre forze. Oltre al danno la beffa, perché circa un mese fa la Regione Campania, senza un motivo apparente, ha tolto la titolarità del Centro di Coordinamento per le malattie rare al II Policlinico».

È molto impegnata nel sociale e ha fondato l’Associazione Campus Salute. Quali sono gli scopi che persegue questa associazione?

«L’ho fondata nel 2010 insieme ad alcuni colleghi e amici con lo scopo di metterci a disposizione per visite gratuite di prevenzione in luoghi pubblici come piazze, scuole, fondazioni, ovunque ci sia una partecipazione della cittadinanza. L’associazione è nata a Napoli ma ha diffusione nazionale e coinvolge numerosi specialisti della medicina pubblica e convenzionata tra cui cardiologi, ginecologi, senologi, andrologi, dermatologi, oculisti, odontoiatri, nefrologi, ortopedici, radiologi, ecografisti. In pratica costruiamo un ospedale nelle piazze (a Napoli sul lungomare Caracciolo) con l’aiuto della Protezione Civile, nostro partner, che monta le tende nello spazio che il Comune interessato ci mette a disposizione. I medici di quella città o di quel comune partecipano con la loro disponibilità a fare visite gratuite per il periodo della manifestazione. Ogni cittadino può partecipare con il proprio documento, vede quali sono le visite disponibili ed inizia il percorso: se non c’è molta folla un cittadino può anche ricevere tutte le diverse visite gratis! Abbiamo un sistema informatico di raccolta dati così siamo in grado di verificare quante diagnosi vengono sospettate e in caso di riscontro positivo il cittadino viene invitato ad afferire all’ospedale di riferimento del medico che lo ha visitato. Ogni anno organizziamo 30- 35 eventi in giro per l’Italia. L’anno scorso abbiamo effettuato circa 70mila prestazioni gratuite: a Napoli lo scorso ottobre in due giorni e mezzo abbiamo visitato quasi 3.000 persone. Quest’anno Napoli ospiterà quattro Campus: in aprile è previsto un evento a Scampia con Gianni Maddaloni, nel primo weekend di maggio saremo in Villa Floridiana con un campus solo per le donne in occasione della festa della Mamma e durante la Fiera della Casa a giugno alla Mostra d’Oltremare ne organizzeremo un altro per i bambini. Completeremo con il nostro evento clou il primo fine settimana di ottobre sul lungomare Caracciolo con circa 30 ambulatori».

Perché questi campus sono importanti?

«Sono fermamente convinta che la prevenzione è l’unico mezzo che abbiamo per sostenere la sanità. Per questo motivo la mentalità delle persone deve cambiare. Il cittadino è talmente condizionato dai progressi della medicina che va in ospedale convinto che lì si possano risolvere tutti i problemi e se questo non accade parla di malasanità. Purtroppo non è così, a volte i problemi non si possono risolvere e le malattie vanno prevenute. Tutti devono fare la loro parte, a partire dalla famiglia e dalla scuola. Anche la stampa e i media in generale devono svolgere il loro ruolo parlando dell’importanza della prevenzione quotidianamente».

di Mimmo Sica

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