Martedì 11 Dicembre 2018 - 11:02

Diana De Feo, l’autrice della legge su Pompei

Diana De Feo (nella foto), giornalista, donna politica e già senatrice della Repubblica, è torinese di nascita ma napoletana d’adozione. Figlia di Italo De Feo, anche lui giornalista nonché storico e uomo politico, vive tra Roma e Napoli. Ha sposato il collega Emilio Fede da cui ha avuto due figlie. É nonna di cinque nipoti. Ha fondato con altri due colleghi della Rai Amnesty Italia 1 e ha promosso l’istituzione dell’Università della terza età. Autrice di molte iniziative parlamentari, a lei si deve la legge sul Sito Archeologico di Pompei. È la proprietaria di Villa Lucia, struttura neoclassica in stile pompeiano, situata a Napoli nel quartiere Vomero. Faceva parte del complesso della Floridiana, che Ferdinando IV di Borbone donò alla duchessa di Florida Lucia Migliaccio, sua moglie morganatica.

«Devo a Villa Lucia quello che sono. Sono cresciuta in questa casa libera di scorrazzare dove volevo. La lunga terrazza era ottima per andare in bicicletta, nel bosco c’erano tutti gli alberi sui quali mi arrampicavo e qualche volta camminavo anche sui tetti. Ero una specie di uccello di bosco. Ero tanto libera e felice che, quando si trattò di mandarmi all’asilo e poi in prima elementare, mio padre disse: “come facciamo a costringere questa bambina a stare a scuola tante ore quando lei è abituata qui. Facciamo venire un insegnante a casa”. Scelsero una signorina Capezzuto. Questo modo di vivere ha formato il mio carattere per cui non ho paura di niente».

Quando si trasferì a Roma?

«A 14 anni. I miei genitori mi iscrissero al liceo francese pubblico Chateaubriand. Venivo dal Sacro Cuore e mi piaceva solo disegnare. Fu un colpo di fulmine e mi appassionai con tutte le forze allo studio. I nostri porofessori erano di alto profilo; avevano partecipato a un concorso pubblico per l’estero e i primi in graduatoria sceglievano quasi sempre di venire a Roma. A scuola c’erano i figli dei Diplomatici e ragazzi di tutte le nazionalità e culture. L’ultimo anno del bacalaureat e il relativo esame, che equivale alla nostra maturità classica, l’ho fatto al liceo francese di Londra».

Perché ha fatto la giornalista?

«Avevo tre passioni: l’archeologia e architettura e il giornalismo Architettura a quei tempi era poco consigliabile perché la facoltà era e frequantata da studenti un po’ turbolenti. Per il giornalismo avevo l’esempio di papà ma soprattutto il desiderio innato di conoscere ogni cosa. Quell’istinto, che è la curiosità senza la quale non si può fare il giornalista».

Quando maturò la decisione?

«Ero andata in Libia ospite di una mia amica, e lì per un momento pensai anche di iscrivermi a geologia. Non ebbi molto tempo per riflettere e al rientro dal viaggio, a maggio di quell’anno, feci un provino alla Rai. In estate, mentre ero in vacanza a Portofino, mi chiamarono dicendomi di rientrare immediatamente. Dovevo sostituire la Piccinini, una delle pochissime giornaliste donna, che era andata in maternità».

Iniziò la sua avventura in Rai. Di cosa si occupò?

«Il battesimo l’ho avuto nel 1960 con “La Tv degli agricoltori”, una rubrica trasmessa dal primo canale due volte alla settimana. Aveva una sigla bellissima. Nel 1966 ho fatto gli esami per diventare giornalista professionista. Era il primo anno in cui si facevano gli esami di Stato. Ebbi ottimo. Subito dopo entrai nella redazione internazionale del “Giornale d’Europa” e i miei servizi ottennero un riconoscimento prestigioso: la Rose d’or di Montreux. Successivamente il direttore mi disse di occuparmi di moda e bambini, ma la cosa non mi interessava proprio».

Quindi?

«Mi mandò alla redazione del Tg1, “cronaca del lavoro e dell’economia”. Ci sono rimasta sette anni. Fu un periodo terribile perché c’era la contestazione studentesca del ’68 con i suoi effetti a volte devastanti. Ero discreta e amichevole, per questo mandarono me».

Ricorda un avvenimento in particolare?

«Tra i tanti, la battaglia di Villa Giulia a Roma perché fu uno scontro di massa. Mi colpì l’onestà intellettuale di Pier Paolo Pasolini, di fede comunista. Difese i poliziotti dicendo che avevano fatto il loro dovere».

Poi passò alla trasmissione “Almanacco del giorno dopo”. Ci ricorda cos’era?

«Un programma della redazione del Tg1 che andava in onda tutti i giorni dal lunedì al sabato alle 19,45. Era curato da Giorgio Ponti e dalla sottoscritta. I contenuti erano quelli che più mi stavano a cuore: storia, letteratura, archeologia, arte e altro. Avevamo in trasmissione, a seconda della materia trattata, personaggi di altissimo profilo. Per tutti cito il celebre archeologo Sabatino Moscati, presidente dell’Accademia dei Lincei, e l’esperto del savoir-vivre, il conte Giovanni Nuvoletti, marito di Clara Agnelli».

Dopo circa venti anni, il programma fu cancellato. Perché?

«I vertici della Rai erano cambiati. La nuova governance fece diventare la trasmissione settimanale per poi chiuderla. La ragione tra l’altro fu che i colleghi del secondo canale ci invidiavano perché facevamo molta audience. Il direttore di Rai 1, Emilio Rossi, mi scrisse una lettera pregandoci di fare un po’ meno “bene”».

E Lei?

«Diventai inviata speciale del Tg1 per l’arte e la cultura ».

Poi arrivò la chiamata politica di Silvio Berlusconi. Quando?

«Nel 2006. Mi telefonò mentre mi trovavo a Ferrara per lavoro. Mi chiese se volessi andare in lista con il Popolo della Libertà. Gli risposi che ero onorata dell’offerta, ma che mi piaceva il mio lavoro. Nel 2008 me lo ripropose. Era scoppiato lo scandalo della spazzatura a Napoli. Per questo motivo accettai per amore della mia città e fui eletta senatrice».

Come lo aveva conosciuto?

«Ho sentito parlare di Berlusconi in quanto cofondatrice di Amnesty Italia. A Berlino i dissidenti fuggiti dall’Urss scrivevano su un giornale diretto da Maximow e intitolato “Kontinent”, i cui testi erano stati raccolti in un libro in tedesco e francese. Una persona che conoscevo mi chiese se volessi tradurlo dal francese. Dissi che lo avrei fatto, ma mi interessava sapere chi era il promotore. Mi rispose: “un milanese che si chiama Silvio Berlusconi”. Prima di allora non avevo mai sentito quel nome».

In Senato faceva parte di qualche commissione?

«Ero nella VII commissione “Cultura e Turismo” e nella Bicamerale che si occupava dell’accordo di Schengen ».

Cosa ha fatto per Napoli?

«Moltissimo. Cito, come esempio, quando il sindaco Rosa Russo Iervolino stava per vendere un quarto della Villa Comunale alla Società Romeo per sette milioni di euro. Nel giro di tre giorni mi accorsi che sulla Villa non c’era alcun vincolo della Soprintendenza. Riuscii a sventare la vendita perché misi in rilievo che la palazzina che ospita il Circolo Tennis è un esempio di “architettura razionale” dell’architetto Cosenza. In un’altra occasione venni a conoscenza che volevano destinare alcuni locali della Biblioteca Nazionale a uffici amministrativi per la Soprintendenza. Bloccai anche questa operazione. Ancora, volevano trasferire la storica Emeroteca a Firenze. Ce la feci giusto in tempo per impedire che questo “scippo” accadesse. Altri furbetti volevano spostare gli istituti tecnici della collina di Posillipo nella zona orientale di Napoli. Il disagio per gli studenti e i loro genitori sarebbe stato enorme. Lo impedii. Un altro intervento molto importante, questa volta non per Napoli, lo feci con la collega senatrice Maria Elisabetta Casellati, l’attuale presidente del Senato. Impedimmo che gli scavi per la costruzione di un grattacielo danneggiassero irrimediabilmente la Cappella degli Scovegni a Padova e gli affreschi di Giotto che la decorano».

Quando fu eletta in Senato lasciò la Rai con la quale non ha avuto vita facile. Ce la sintetizza?

«Sono stata precaria per venti anni perché il mio lavoro era considerato culturale e non giornalistico. Per ottenere un regolare contratto ho dovuto fare una vertenza. La vinsi e il giudice condannò la Rai a pagarmi una ingente somma di danaro. Poiché non mi veniva corrisposta, feci pignorare la statua equestre, il Cavallo, della sede di viale Mazzini. Qualche tempo dopo ho ottenuto il contratto per “le risorse speciali”».

Il suo nome è legato a una legge molto importante. Quale?

«Quella sul sito archeologico di Pompei. Come senatrice ho fatto una battaglia strenua che alla fine è stata premiante. C’era una soprintendente che per anni non aveva fatto bene evitando grane amministrative. Quando lasciò l’incarico c’erano 51 milioni disponibili inutilizzati. Nel sito archeologico esisteva un solo ristorante e non c’era un pronto soccorso. Per ovviare a questa grande deficienza promossi un accordo con la Croce Rossa. Ho continuato ad interessarmi di Pompei anche quando, cessata la legislatura, non volli più candidarmi perché ero stata in disaccordo con il governo Monti. Ho avuto continui contatti con il ministro Massimo Bray del governo Letta. Gli dissi con estrema chiarezza che il soprintendente non doveva essere un ministeriale ma uno scientifico. Ho scritto sul “Corriere del Mezzogiorno” numerosissimi articoli sul complesso archeologico di Pompei e ho sostenuto fortemente la ristrutturazione del Teatro Grande».

Ha fatto parte della commissione sul trattato di Shengen. Qual è il suo pensiero sull’immigrazione?

«Dico che abbiamo 5 o 6 milioni di lavoratori stranieri tutti con contratto regolare. Che sarebbe l’Italia se non avessimo costoro? Non avremmo l’agricoltura, non avremmo industrie al Nord, non ci sarebbe sostegno per gli anziani. Gli stranieri che hanno lavorato bene e che sono impegnati, erano assolutamente necessari per questo paese. L’unica cosa per la quale ho cercato di fare pressioni, ma senza risultato, è la creazione nei centri di raccolta di modalità e mezzi per insegnare qualche arte o mestiere e la lingua italiana agli immigrati, per consentire loro un proficuo, produttivo e dignitoso inserimento nella società».

Perché non si è più ricandidata?

«Scrissi una lettera al presidente Berlusconi dicendogli che non condividevo le scelte di chi è andato al Governo dopo di lui. Sono fedele alle mie idee e non scendo mai a compromessi».

Ritorniamo a Villa Lucia. Come e quando la vive?

«Ho ereditato questa casa e la vivo il più possibile facendo la spola tra Roma e Napoli. Mi sono preoccupata di restaurarla integralmente. É un monumento nazionale per cui la legge prevede che mi venga rimborsato il 50% delle spese sostenute e documentate. Ad oggi non ho avuto nulla anche se i fondi ci sono, o c’erano. Il soprintendente non risponde alle mie telefonate».

Quante persone illustri hanno visitato questa villa?

«Tantissime. Uomini politici, di cultura, artisti. Tanti pittori da Fabbricatore a Guttuso. Paolo Ricci ritrasse Palmiro Togliatti con me in braccio. Ricordo che mio padre, nel 1943, per evitare che la dimora fosse requisita ospitò due importanti giornalisti. Uno era Bob Kappa di “Life” che vi abitò per oltre sei mesi. Ero bambina e quando venne mi portò un sacco pieno di caramelle di cui all’epoca si era sprovvisti. Le divisi con i miei compagni di giochi».

Un personaggio per tutti?

«Ero molto piccola ma nei miei occhi è rimasta impressa la figura di un uomo vecchio che camminava a tentoni perché era cieco. Mio padre mi disse che era il grande drammaturgo napoletano Raffaele Viviani».

Attualmente, oltre a interessarsi di Pompei, cosa fa?

«É un momento politico sconvolgente e inquietante. Non si può fare niente. Continuo, però, a ricevere ospiti a casa mia perché ritengo giusto condividere la bellezza di questa residenza. Non molto tempo fa ho fatto una cena con ospiti i direttori dei musei di ogni parte del mondo».

di Mimmo Sica

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