Martedì 11 Dicembre 2018 - 4:28

Giuseppe Nasta: c’era una volta l’orologiaio

Giuseppe Nasta (nella foto) ha compiuto da poco 80 anni. Nasce da una famiglia di orologiai. Una vita dedicata a questa nobile arte, purtroppo in via di estinzione, vissuta intensamente nel suo piccolo laboratorio alla Torretta, in via Giordano Bruno 199. Alle pareti orologi a pendolo senza età in attesa di essere riparati oppure irrimediabilmente rotti ma, comunque, testimonianze di tempi migliori. Su un lato il suo storico “bancariello” e al centro una vetrinetta che dà luce al tavolo da lavoro, alla sua piccola e miracolosa “sala operatoria”. Peppino, come lo chiamano tutti, ogni mattina, e su appuntamento anche il pomeriggio, timbra il cartellino fedele al suo lavoro e rispettoso dei clienti che hanno bisogno di lui.

«Sono figlio e nipote d’arte. Prima della guerra mio nonno Giovanni aveva una botteguccia poco distante da qui. Papà, invece aprì questo laboratorio che dopo la sua morte è passato a me. Ci lavoro da 70 anni».

Ha quindi cominciato quando aveva solo dieci anni?

«É proprio così. Quando uscivo da scuola raggiungevo papà e lo sostituivo nell’intervallo per consentirgli di andare a casa a pranzare. Abitavamo a pochi metri. Non esisteva la delinquesnza che ci affligge oggi. Ci hanno sempre voluto bene e mi sentivo molto protetto».

Perché decise di seguire la tradizione di famiglia?

«È una passione che avevo nel sangue e quindi mi è venuto naturale coltivarla. Osservavo papà quando apriva la cassa di un orologio, smontava con pazienza certosina gli ingranaggi, effettuava riparazioni con precisione chirurgica, poi rimontava il tutto e la macchina ripartiva. I suoi occhi brillavano di contentezza e soddisfazione. Ogni volta era come se fosse la prima. Ne rimanevo affascinato».

Quando ha avuto tra le mani il primo orologio non funzionante?

«Avevo dieci anni e papà mi diede una sveglia. “Smontala” mi disse. Cominciai ad armeggiare con le mie manine e, pur prestando la massima attenzione, quando l’aprii feci scattare una molla che mi ferì un dito. Sentii la voce di mio padre che mi diceva: “ecco, sei entrato nel mestiere”. Avevo avuto il mio battesimo. Decisi che quello sarebbe stato il mio lavoro e lasciai la scuola».

È rimasto sempre in questo laboratorio?

«No. Quando avevo 15 anni papà decise di “lanciarmi” e mi aprì una botteguccia, in un palazzo a piazza Torretta. Era un locale molto piccolo dietro l’ascensore. All’esterno mettemo una vetrinetta per fare una piccola esposizione di orologi da vendere. Cominciai con il massimo impegno a costruire mattone su mattone il mio futuro professionale».

Oltre suo padre ha avuto qualche maestro?

«Sono autodidatta e ne vado fiero. Papà mi ha responsabilizzato fin dal primo momento. Il suo monito, che ho sempre rispettato, era che la vera scuola si fa con la pratica continua. Si sbaglia, ma dagli errori si impara. L’importante è fare attenzione a non ripeterli. Non ricordo quante volte ho smontato e rimontato il primo orologio che ho riparato e la gioia immensa quando lo vidi ripartire».

Per un periodo ha lavorato anche nel “salotto” di Napoli. Con quale risultato?

«Un amico un giorno mi propose di fare una società con lui e con una terza persona. Loro mettevano il capitale e io il lavoro. Trovammo un negozio costruito da poco a piazza Amedeo, angolo via del Parco Margherita. Vendevamo e riparavamo orologi, radio e televisioni. La gente passava e ripassava davanti alla nostra vetrina, ma nessuno entrava. In sette mesi vendetti un solo orologio e i mie due soci un televisore. Non ebbi un attimo di esitazione, lasciai quel negozio e tornai a casa mia, nel laboratorio di papà. C’era anche mio fratello minore, Giovanni, che purtroppo ci ha lasciato prematuramente. Eravamo una bella squadra. Papà andava in giro ad acquistare i pezzi di ricambio e noi rimanevamo a lavorare. Poi morì e l’attività la portammo avanti io e Giovanni. Andavamo forte, ma la mancanza di nostro padre si avvertiva».

C’era solo il vostro lavoratorio in via Giordano Bruno?

«Esistevano altri due negozi: Borghese e Contatore. Negli anni chiuse prima l’uno e poi l’altro e restammo solo noi».

Come era la clientela?

«Molto mista. Però da via Petrarca, via Orazio e Posillipo venivano clienti facoltosi che portavano a riparare orologi di valore. Questa clientela si è tramandata da padre in figlio e oggi i ragazzetti di allora, ormai adulti e qualcuno anche nonno come me, ripete il “rituale” dei propri genitori. Anche per loro sono “Peppino”».

Che cosa significa essere orologiaio?

«Avere passione, pazienza, dedizione e amore verso un macchinario che rasenta la perfezione. Fare l’orologiaio significa esercitare un mestiere bello e pulito che quando è fatto bene dà anche soddisfazione sotto l’aspetto economico. L’orologio da sempre è un oggetto di culto, è il vero gioiello dell’uomo. Quando si rompe la macchina si prova dolore. Noi siamo un po’ i chirurghi di questo incredibile e geniale macchinario. La sensazione che si prova quando si ha tra le mani un orologio che non funziona e lo si ripara è come ridare la vita a un moribondo».

Lei è un autodidatta. Esiste comunque un metodo per imparare il mestiere?

«Come ho detto occorre pazienza e passione. Non bisogna mai mordere il freno e partire dalle macchine più grandi per arrivare a quelle piccole. Oggi esitono orologi da polso ultrapiatti».

Si spieghi meglio.

«Si comincia dalla sveglia, poi si passa all’orologio da tasca, la cipolla per intenderci, quindi si arriva all’orologio da polso. Una categoria a sé sono poi gli orologi da muro, come i pendoli e i cucù. Di questi l’esperto è mio cugino Renato che lavora con me».

Un chiarimento: qual è l’orologio per antonomasia?

«L’orologio è uno solo, quello meccanico. Gli altri sono misuratori del tempo».

Si riferisce a quelli al quarzo?

«Soprattutto. Sono figli del progresso e della tecnologia che ancora una volta hanno inciso negativamente e in maniera pesante sul lavoro dell’uomo. Con essi si è ottenuta la precisione massima nella misurazione del tempo ma, contemporaneamente, hanno segnato l’inizio della triste “agonia” del nostro mestiere. Basta aprirne uno qualsiasi per capire che non si è in presenza di un orologio ma di un circuito che è messo in funzione dalle oscillazioni di un cristallo di quarzo che, per le sue proprietà, determina l’effetto pizoelettrico. Poi ci sono quelli elettrici».

La maggior parte degli orologi sono svizzeri. Perché?

«È la nazione che da sempre ha fabbricato queste meravigliose macchine distribuendole in tutto il mondo. Prima ogni casa produttrice aveva la sua fabbrica. Oggi ne sono rimaste pochissime, tra cui Cartier e Rolex. Le macchine, infatti, vengono fabbricate unicamente dalla Lesa che poi le distribuisce ai produttori che mettono il proprio marchio».

Sul quadrante si legge 17 oppure 21 rubini. Che cosa significa?

«Per ridurre al minimo l’usura dei rotismi dovuti agli attriti nei perni, dopo svariati esperimenti, si ottenne il risultato voluto utilizzando perni d’acciaio e non più di ottone e sedi in pietre dure e preziose come i rubini. Normalmente in un orologio ne occorono 15. Se ne aumenta il numero solo per abbellimento».

In settant’anni di attività ha vissuto momenti belli e brutti. Ce ne racconta qualcuno?

«Ho avuto, come ho tuttora, moltissime soddisfazioni. Il solo fatto di sapere che sono conosciuto da tutti come una persona seria e onesta mi riempie di gioie. Comunque non posso dimenticare la felicità che provai quando a15 anni riparai il primo orologio. Era morto ed ero riuscito a risuscitarlo. Fu incredibile. Momenti come questi si ripetono quotidianamente anche se qualche cliente viene solo per farsi sotituire la pila di un “misuratore del tempo”».

E quello più “brutto”?

«Ne distinguo due tipi: la delusione profonda quando scoprii la meschinità che si nasconde dietro l’aspetto della persona perbene, e il terrore quando vidi la mia vita e quella di mio fratello in pericolo».

Ci dica.

«Un giorno si fermò fuori al negozio un’auto molto lussuosa. L’autista scese e ci consegnò cinque orologi a pendolo per conto di un personaggio molto importante a livello nazionale, di cui preferisco non citare il nome. Non funzionavano e voleva che li riparassimo. L’autista ci raccomandò di conservarli, dopo la riparazione, in attesa che i lavori di ristrutturazione della casa del suo “padrone, fossero terminati. Così facemmo. Li portammo nella mia abitazione ma il tempo passava e cominciavano ad essere un ingombro. Dopo ripetuti solleciti, ci fu detto che gli orologi potevano essere consegnati e che il giorno dopo saremmo stati pagati. Mio fratello li portò uno alla volta. Trascorse del tempo senza che nessuno venisse a pagarci. Finalmente un giorno ricomparve quella macchina dalla quale scese una signora molto elegante presentadosi come la moglie del “personaggio”. Eravamo sicuri che fosse venuta a pagarci. Ma non era così. Alle nostre cortesi richieste rispose con alterigie e arroganza che ci aveva pagato in anticipo, prima della consegna per la riparazione. A quei tempi esisteva ancora la fiducia, l’onore e la “parola”. Non si usavano rivevute. Non ci fu niente da fare e papà ebbe uno choc anche perché il danno economico che ricevemmo fu notevole».

L’altro?

«Subimmo una rapina. Avevamo già avuto cinque furti. Io e mio fratello eravamo nel laboratorio a lavorare. Improvvisamente si materializzò una persona con il volto coperto e armato di pistola. Aveva fatto un buco nel soffitto e si era calato giù. Oscurò il cancello che allora chiudeva l’ingresso, ci legò e imbavagliò. Atterriti sotto la minaccia della pistola, lo vedemmo scassinare la cassaforte e rubare tutti i valori che conteneva. Poi andò via così come era venuto».

A ottant’anni compiuti continua a venire al laboratorio. Perché?

«Oltre agli affetti familiari, questo lavoro e questa passione sono la molla della mia vita».

Ha un rammarico?

«Non ho figli maschi, solo femmine. Mi hanno dato splendidi nipoti. Ma sono certo che dopo di me, la famiglia Nasta “orologiai” terminerà di esistere».

di Mimmo Sica

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