Martedì 16 Ottobre 2018 - 6:53

Il creativo “identitario” della comicità

Nando Mormone (nella foto) e un autore creativo, impresario e produttore teatrale e cinematografico. Ha scoperto e lanciato numerosi comici. Ė il “padre” di “Made in Sud”. L’anno scorso insieme al socio Mario Esposito ha rilevato il Teatro Cilea al Vomero e ha fondato l’Accademia delle arti presieduta da Lello Arena.

Vengo da un quartiere difficile, il Rione Gescal, vicino alla Masseria Cardone al confine tra Secondigliano e Miano. Nono di undici figli, fin da bambino ho sempre avuto la passione per il teatro e l’intrattenimento: ce l’avevo nel sangue. Dopo le prime esperienze nella mia parroccchia, a 18 anni con un gruppo di amici creai un’associazione dove ero il direttore artistico e l’organizzatore di eventi sul territorio. Era il mio modo di fare volontariato≫.

Contemporaneamente era iscritto alla facoltà di medicina. Cosa volefa fare?

L’odontoiatra e facevo pratica come odontotecnico presso lo studio di un amico. Poi presi una decisione che determinò in seguito la svolta nella mia vita≫.

Quale?

Agli inizi degli anni Novanta, con il gruppo dei miei amici e con la mia prima fidanzata, aprimmo uno spazio al centro storico, in un ex ricovero di guerra, a Santa Chiara. Lo chiamai “Il tunnel”. Era un’associazione Arci. Lo feci per creare intrattenimento, ma anche opportunità di lavoro per i miei amici. La mia intenzione, comunque, era sempre quella di continuare gli studi≫.

Poi ebbe un’intuizione...

I miei amici “storici”, “i Teandria”, cabarettisti apprezzati, mi dissero che avevo una forte sensibilità per cogliere la vena comica nelle persone. Era uno spazio aperto a diverse forme d’arte e mettevo in piedi spettacoli dal martedì alla domenica. Nel fine settimana addirittura due al giorno. Solo altri due locali operavano come me: uno a Milano, lo Zelig, e l’altro a Roma. Ben presto i costi superarono di gran lunga le modeste entrate e mi inventai numerosi lavori “collaterali” per racimolare danaro che mi consentisse di continuare. Ebbi allora l’idea di fare audizioni per trovare altri comici. Cominciai a fare scouting ≫.

Con quali risultati?

Si era creata una rete su scala nazionale tra i comici e tra i ragazzi che volevano imparare a diventarlo. Si scambiavano notizie e informazioni su quello che accadeva al Tunnel. Venivano da ogni parte e dopo essersi confrontati con me dicevano di avere ricevuto un “arricchimento”≫.

Qual’era il suo metodo?

Si basava su due principi fondamentali nei quali ho sempre creduto fortemente: fare squadra, perché gli individualismi non sono premianti, e “italianizzare” il linguaggio napoletano senza però rinunciare al suo suono, alla sua musicalità e alla sua forza espressiva≫.

Ci chiarisce meglio questi concetti?

Nella storia dei nostri comici, i campioni, i capoclasse, sono stati Totò e Troisi. Dopo di loro si sono formate tante individualità, ma nessuna del loro spessore. Per saltare il recinto e affermarsi a livello nazionale era necessario fare sinergia e vestirsi di umiltà, sfatando la presunzione che si fa ridere solamente parlando in napoletano. Totò è la massima e unica espressione di questo assunto≫.

Dove sperimentò queste sue idee?

Con un gruppo di miei comici andai a Varese, al “Caffè teatro”. Il proprietario la pensava come me ed era spinto dalle mie stesse motivazioni con un bagaglio di esperienza maggiore. Da subito nacque tra noi un feeling che ben presto sfociò in una grande amicizia≫.

Tornò a Napoli e che fece?

Abbandonai definitivamente l’università, decisi che quello sarebbe stato il mio lavoro e cominciai a pensare che era finito il tempo del volontariato puro, di grande entusiamo ma privo di ritorno economico. Avevo 27 anni≫.

Come iniziò questo nuovo corso?

Il mio prestigio era cresciuto. Era nata la trasmissione “Tele- Garibaldi”, in onda inizialmente su scala regionale, e molti dei suoi comici erano stati formati da me al Tunnel. Allora Peppe Iodice, Salvatore Schettino, Alessandro Siani, I Ditelo Voi, Paolo Caiazzo, Antonio e Michele, Francesco Albanese, e il gruppo dei comici napoletani di prima generazione, tutti “nati” con me, mi chiesero di fare il loro impresario. Iniziai a organizzare le serate, nonostante di vendita ne capissi poco o niente perché ero fondamentalmente un creativo. Non avevo un ufficio e lavoravo solo con il telefonino. Fondai la società Tunnel e nacque il movimento comico degli anni ’90, che era tra i più forti d’Italia ≫.

Quando cominciato a farsi conoscere come creativo?

Fu determinante l’incontro con Giorgio Gori. Era stato il direttore di Rete 4 e Canale 5 e dopo aver lasciato Mediaset aveva fondato Magnolia, che in seguito sarebbe diventata la più importante società di produzione televisiva italiana specializzata nella creazione, produzione e adattamento di format di intrattenimento per i principali network televisivi e media interattivi in Italia e anche all’estero. Voleva produrre per Italia 1 un programma comico che avesse un occhio verso il Centro- Sud. Gli fui segnalato e venne a trovarmi a Napoli. Si fermò una settimana per conoscere il mio mondo. Mi chiese di scriverlo. Purtroppo il programma non andò più in onda perché furono cambiati i palinsesti di Mediaset≫.

Però arrivò in Rai. Come accadde?

Grazie al mio amico di Varese, Maurizio Castiglioni che mi stava dando una mano, e con Magnolia proponemmo “Devolution”, il programma che avevo scritto, che fu trasformato in “Bulldozer” e andò in onda sulla Rai. Federica Panicucci che lo conduceva insieme a Dario Vergassola era cresciuta da me≫.

Gori la voleva con lui a Milano in maniera definitiva, ma lei rifiutò. Perché?

Intendevo conservare la mia identità e portare l’esperienza accumulata a Milano per fare emergere con maggiore forza l’espressione di identità napoletana. Se fossi andato al Nord sarei stato assorbito da un sistema che prevaleva e colonizzava il resto del territorio con la comicità≫.

Dal centro storico approda a via Martucci. Un notevole salto di qualità per un giovane di periferia. Quando accadde?

“Tunnel” era diventata una società più articolata che operava su diversi fronti: scouting, formazione, creatività e produzione. Ebbi l’opportunità di rilevare il “Tam” insieme alla famiglia Mirra e all’avvocato Maione. Tam è l’acronimo di Tunnel e Amedeo, l’ex cinema di via Martucci. Dopo circa due anni acquistai anche le loro quote. L’impegno economico che avevo assunto era ingente e le entrate che mi venivano dagli investimenti sui comici non erano adeguate≫. Come fece per fare quadrare i conti? “Bulldozer” nel 2005 smise di andare in onda. Proposi al direttore di Rai 2 un programma che chiamai “Tribù”. Lo conducevano Alessandro Siani, che rappresentava il Sud, e Serena Garitta, prima vincitrice del Grande Fratello, che rappresentava il Nord. Avemmo un successo di gran lunga superiore alle aspettative con programmi concorrenti come “Porta a Porta” e “Matrix”. Inspiegabilmente, o forse no, il programma dopo la prima edizione non andò più in onda≫.

Si sciolse anche il binomio Mormone-Siani. Perché?

Alessandro è la massima espressione del mio lavoro imprenditoriale e creativo che ho raggiunto a Napoli con un comico singolo. Gli ho dato tantissimo a partire dai tempi in cui faceva parte del trio “A testa in giù”. L’ho portato al successo fino a “Benvenuti al Sud” e Benvenuti al Nord” non soltanto come impresario, ma anche come autore e ideatore delle idee che lui ha recepito completamente. Poi ha cominciato ad avere un visione artistica diversa dalla mia e ha voluto seguire altre strade ≫.

Ritorniamo al Tam. Dopo l’esperienza “Tribù” cosa fece?

Aprii “Sipariando”, un laboratorio per i giovani. Presi Gigi e Ross, che in quel momento erano agli inizi ed erano anche scettici sulla mia idea di lavorare come duo, e una ragazza di 18 anni, Fatima Trotta. Non aveva abbastanza esperienza in materia di spettacoli e la formai. Siamo intorno al 2007 e decisi di fare un nuovo programma televisivo. Lo chiamai come avevo sempre desiderato: “Made in Sud”≫.

Aveva già l’“acquirente”?

Assolutamente no. Feci dieci puntate aiutato da un amico di Roma senza sapere dove e a chi venderle. Mi indebitai tantissimo ≫.

Quale emittente le aprì le porte?

Prima l’ho fatto passare su una tv locale. Poi Comedy Central, emittente televisiva italiana prodotta per Sky Italia da Viacom International Media, volle sperimentare il programma. Andò benissimo e mi commissionò una seconda serie. Con la terza serie riuscii a ripagare tutti i debiti che avevo contratto. Il successo mi venne anche dal web perché i pezzi erano studiati proprio per andare in rete. Tramite Youtube, alla quarta edizione i comici avevano raggiunto la notorietà≫.

Poi ci fu un ritorno alla Rai. Come mai?

Si era aggiunto a noi un grande regista, Sergio Colabona, che diede al programma un sensibile quid pluris. Venne a vederci all’Arena Flegrea un importante dirigente della Rai che mi invitò ad andare da lui a Roma. Superai la mia diffidenza per la precedente esperienza negativa avuta con “Tribù” e accettai. Nel giro di 3-4 mesi “Made in Sud” sfondò in seconda serata su Rai 2 e portai gli ascolti da un 2% di media a un picco del 15% con una media del 7-8%. Nella storia della televisione italiana non c’era mai stato prima di “Made in Sud” un programma di comicità pensato, creato e fatto a Napoli e con il 70% di attori napoletani. Poi siamo passati in prima serata≫.

Qual è stato il segreto di tanto successo?

Ho preso il meglio degli attori della “prima generazione” e li ho messi insieme a quelli della seconda, formati all’impronta dell’importanza del gruppo e della italianizzazione della lingua napoletana, con un linguaggio comico rapido che va bene sia per la tv ma anche sul web. Ho creato una squadra che rappresenta, nel migliore modo possibile, la nostra identità≫.

Da “Made in Sud” sono nate poi le sue produzioni cinematografiche.

Mi sentivo pronto per affrontare l’avventura cinematografica e avevo anche gli attori adatti sui quali potere contare. Mi riferisco agli “Arteteca”, Enzo Iuppariello e Monica Lima, che hanno rafforzato con la loro qualità artistica i personaggi che ho creato per loro. Mi sono fatto dare una mano da Ciro Ceruti ed è nato nel 2016 “Amore, cuore e battito”. Con la regia di Sergio Colabona≫.

Il film non ha avuto una “gestazione” facile. Perché?

L’ho girato completamente a mie spese, facendo debiti. Tutti i miei amici mi consideravano un pazzo. Dopo averlo ultimato ho bussato a tutte le porte ma nessuno voleva distribuirlo. Esasperato decisi di farlo io. Ho avuto una delle più grandi soddisfazioni perché è uscito in 180 sale sparse su gran parte del territorio nazionale. Ho seguito lo schema con cui “arrivavamo” agli spettatori con “Made in Sud”. Nei primi due fine settimana eravamo secondi nelle classifiche nazionali dopo “Kung Fu Panda”. Dopo ho prodotto “Gomorroide” con I Ditelo Voi e “Finalmente sposi” ancora con gli Arteteca. Tutti trattano della nostra identità. Quindi ho contribuito a fare co-produzioni con la Bronx Film di Gaetano Di Vaio che che si occupa di impegno civile≫.

L’anno scorso ha rilevato il Teatro Cilea. Cosa l’ha spinta a fare questo passo importante e impegnativo?

L’ho preso insieme a un socio, Mario Esposito, che ha dato un grande aiuto anche a “Made in Sud”. Abbiamo voluto dare al teatro vomerese un’identità artistica con intrattenimento e con prosa di tradizione rivolgendoci al pubblico classico e ai giovani. Abbiamo centrato l’obiettivo perché gli abbonamenti si sono raddoppiati e la media dell’età degli spettatori si è notevolmente abbassata. Vogliamo ancora di più migliorare un’Accademia di arti seria per i giovani. L’abbiamo aperta l’anno scorso. Il direttore è Lello Arena, che cura anche la parte teatro; per la danza c’è Fabrizio Manini e per la musica Enzo Avitabile. Io curo l’intrattenimento, i media e il loro nuovo linguaggio≫.

Qual è il prossimo progetto?

“Made in Sud stories” sul web. L’idea è di legare l’innovazione alla tradizione nel nostro modo di far ridere. Ogni attore da ottobre sarà in rete con un proprio progetto. Ciascuno di loro deve saper fare intrattenimento anche con i tempi nuovi del linguaggio digitale del web e quindi avere la capacità di essere elastico. Poi abbiamo in cantiere un nuovo film importante di cui non posso anticipare nulla≫.

di Mimmo Sica

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