Martedì 13 Novembre 2018 - 22:17

Lo scugnizzo brasiliano del Napoli

Jarbas Faustino (nella foto) è stato giocatore e allenatore di calcio. È nato a Rio de Janeiro. Il suo soprannome, Canè, deriva da canecca, la tazza per prendere il caffè latte. Per evitare che si rompesse quella buona, che si usava la domenica, suo padre tagliava a metà i barattoli del caffé e ci incollava un manico. Da piccolo la teneva sempre tra le mani.

«Nasco in una famiglia povera ma dignitosa e socialmente rispettata. Sono il quinto maschio e dopo di me sono nate due sorelle. Ho frequentato le prime scuole nel mio rione, quindi le superiori e poi per un breve periodo l’Università. Mi ero iscritto alla facoltà di giurisprudenza perché volevo fare l’avvocato. Ma poi la mia vita ha preso una strada completamente diversa».

Perché?

«Il gioco del calcio in Brasile è un fenomeno sociale. Si inizia da bambini per le strade, a piedi nudi. Molti lo paragonano a un ballo perché c’è ritmo nei movimenti dei giocatori a qualsiasi livello. Anche io ho cominciato così, a poco meno di otto anni, con i compagni del quartiere dove abitavo. Ci divertivamo un mondo».

Quando dal gioco tra bambini è passato a quello più impegnativo?

«A tredici anni ho fatto parte della squadra juniores del “Buon Successo” dove mio fratello maggiore militava in serie A. Era una piccola squadra di una delle tante società polisportive di Rio de Janeiro. In Brasile, infatti, in ogni città ci sono più squadre di calcio che disputano tra di loro il campionato nella varie categorie».

Ha debuttato giovanissimo nella prima serie, quanti anni aveva?

«Sedici e il battesimo l’ho avuto nell’Ontarìa dopo appena sei mesi dall’ingaggio. Ho partecipato per due anni al campionato di serie A e il mio ruolo era quella di mezza punta centrale. A quei tempi le nostre squadre avevano quattro/cinque attaccanti».

Quando c’è stata la svolta?

«Terminato il campionato, al rientro dalla tournèe fatta in Messico e in altre nazioni del Sudamerica, il nostro impresario mi informò che c’era per me la possibilità di andare in una squadra europea oppure di essere acquistato dal Vasco de Gama, la più antica e prestigiosa compagine calcistica di Rio de Janeiro».

Che cosa fece?

«Gli dissi che avrei parlato con mio padre. Ero felice del Vasco de Gama perché era la squadra per la quale tifavo da piccolino, ma mi affascinava molto andare a giocare in Europa. Tutti noi ragazzi eravamo colpiti dai calciatori europei che vedevamo sui giornali, soprattutto in occasione dei Campionati del Mondo».

Come andò con suo padre?

«Non fu facile perché lui voleva che continuassi a studiare e accarezzava il sogno di vedermi realizzato in una professione. Oltretutto in quel periodo mi procurava anche dei lavori. In una prima fase mi prese con lui nella sua piccola impresa edile, poi mi accreditava ad alcuni suoi amici proprio per farmi acquisire una professionalità. Io però fui irremovibile e gli dissi che il mio desiderio era quello di fare il calciatore e che lo studio lo avrei continuato solo se avessi potuto ralizzare le mie aspettative. Così fu. Papà mi accompagnò insieme all’impresario dal presidente del Vasco de Gama. Era un portoghese, lo rigraziai per l’opportunità che mi offriva ma gli dissi che andavo in Europa a giocare nella squadra del Napoli che mi voleva».

Quando venne alla corte del Comandante Lauro?

«Ebbi la convocazione a giugno del 1962: avevo 22 anni. Mi accompagnarono il presidente dell’Olarìa e il mio impresario. Il Comandante ci ricevette e iniziò la trattativa per l’ingaggio che durò circa una settimana, per il disbrigo delle pratiche e l’acquisizione dei documenti necessari. Al termine firmai il contratto. Divenni un giocatore del Napoli e iniziò la mia avventura partenopea».

Incontrò difficoltà nell’inserimento nella vita cittadina e in quella dello “spogliatoio”?

«Sinceramente no. Napoli ha molte affinità con la mia città. I suoi abitanti sono generosi e ospitali. Hanno calore e cuore e non ti fanno sentire mai soli. Anche la lingua è comprensibile e quando non capivo venivo aiutato dalla mimica e dai gesti che nei napoletani, spesso, parlano più della voce. Anche i compagni di squadra mi accolsero. Mi sentii da subito integrato e parte di un gruppo dove non c’era spazio per invidie o risentimenti quando non si faceva parte della formazione».

Quando ha debuttato ufficialmente con la maglia azzurra?

«Il primo ritiro l’ho fatto ad Agerola. Gli allenatori erano Pesaola e Monzeglio. Il mio debutto è stato in precampionato in un’amichevole con l’Atalanta. La prima partita invece l’ho giocata a Roma contro i giallorossi dove perdemmo 3 a 0. Presi un palo e se avessi segnalato forse l’incontro avrebbe avuto un’altra storia».

E il suo antico amore per gli studi di diritto?

«Continuai a studiare sui testi di giurisprudenza, ma poi abbandonai. Ripensandoci, a distanza di tanti anni, dico che se avessi avuto una guida, una persona che mi sapeva consigliare, avrei potuto conciliare la professione di calciatore con lo studio perché il tempo per farlo c’era».

La città l’accolse bene, altrettanto i suoi compagni di squadra. Qualche problema glielo creò la stampa. Perché?

«I miei gol non arrivarono subito e facevo parte di una squadra il cui proprietario era lo stesso del quotidiano “Roma”. Fu gioco facile per alcuni cronisti sportivi dell’altro giornale cittadino, “Il Mattino”, montare un campagna denigratoria contro di me affermando che ero un “bidone”. Credo ci fosse anche malafede e cattiveria da parte di chi fu l’artefice di questa brutta “pagina” della storia calcistica napoletana, perché pensò che si sarebbe fatto notare e avrebbe fatto carriera sulle mie spalle».

Lei come reagì?

«Mi resi conto che non valeva la pena di scendere sul piano dello scontro e della polemica. Ero un professionista e un giocatore del Napoli e non una persona qualunque ».

Poi i gol arrivarono. Quando segnò il primo?

«Lo feci contro il Prato nel 1962. Eravamo retrocessi in serie B. Giocammo a Foggia, in campo neutro, in quanto lo stadio San Paolo era stato squalificato».

Due anni dopo vennero a Napoli due assi del calcio: Sivori e Altafini. Che provò ad averli come compagni di squadra?

«Emozione e contentezza sicuramente, ma mai soggezione. Eravamo ritornati in serie A e con quei due pilastri ero in grado di esprimermi al meglio e i risultati venivano più facilmente. Era ritornato come allenatore Pesaola e diventai il goleador della squadra. Hanno giocato con me fino alla stagione 1968-69».

Siamo alla vigilia del tramonto del potere del Comandante. In che situazione si trovava la Società Sportiva Calcio Napoli?

«C’era crisi profonda e si era sull’orlo del dissesto finanziario. L’ingegnere Corrado Ferlaino acquistò la società e diventò il nuovo presidente. Sivori era andato via perché aveva deciso di smettre di giocare. Altafini e Zoff furono venduti. Pesaola era strato sostituito da Chiappella ».

E lei?

«Avevo concluso il campionato con 34 presenze su 34 partite segnando parecchi gol facendo anche spesso il capitano della squadra. Avevo un ginocchio che mi creava qualche problema, ma questo non impedì a Chiappella di confermarmi a voce il suo parere favorevole al rinnovo del contratto. Andammo dal medico sociale il quale mi visitò, mi raccomandò di riposarmi e mi disse che voleva rivedermi al mio rientro dalle vacanze in Brasile. Avevo comprato casa in città, ero sposato con una giovane napoletana e avevamo due figli: uno di tre anni e l’altro di 18 mesi. Partimmo per Rio de Janeiro sereni ».

E invece che cosa accadde?

«Al rientro stavamo per fare scalo a Roma quando un assistente di volo, avendomi riconosciuto, mi portò un giornale sportivo. In prima pagina c’era scritto: “Canè al Bari”. Ebbi uno choc e ancora oggi dico a tutti che se non fossi stato sposato avrei immediatamente fatto dietrofront e sarei ritornato in Brasile. Ero stato venduto perché Nielsen era venuto a Napoli a “svernare”. Si era rifiutato di andare al Bari, promosso in serie A, dove lo aveva richiesto Pugliese che era stato il suo allenatore a Bologna. Ferlaino aveva agito a mia insaputa. A quei tempi questi comportamenti decisamente scorretti erano consentiti, o comunque tollerati».

Che cosa fece?

«Non andai in ritiro con la squadra pugliese e trascorsi circa due settimane in vacanza a Massa Lubrense, a casa di un amico. Volevo fare saltare l’affare! Quando mi calmai comincia a riflettere e anteposi a tutto, come era giusto, la mia famiglia. Andai a Bari, trattai l’ingaggio, ottenni condizioni molto vantaggiose e firmai il contratto. Sono rimasto in quella squadra tre anni, il primo in seria A gli altri due in B».

Poi ritornò a Napoli. Come mai?

«Lo devo a Vinicio che era il nuovo allenatore dei partenopei. Con il Napoli ho chiuso la carriera di calciatore a 36 anni. Il mio posto fu preso da Peppe Massa che per un periodo era stato la mia riserva. Non terminai però il campionato perché ricevetti una proposta interessante dal Canada che mi volle per tre mesi come giocatore- allenatore».

Ritornato a Napoli iniziò la sua nuova avventura come allenatore. Ce la racconta?

«Dopo un periodo in cui ho allenato il settore giovanile con risultati lusinghieri, d’accordo con la società mi iscrissi al corso di allenatore a Coverciano. Presi con Allodi il brevetto di secondo super corso e successivamente il patentino di allenatore. Dopo avere fatto uno stage in Francia volevo riprendere il mio posto di trainer della Primavera, ma il mio posto era stato affidato a Corso. Con garbo ma con fermezza cercavo di ottenere risposte precise dalla dirigenza sul mio futuro ma mi sentivo ripetere che dovevo avere pazienza e aspettare. Stanco e deluso decisi di mettermi sul mercato».

Chi la chiamò?

«La Frattese, una squadra di periferia che militava in quarta serie. L’ingaggio era economicamente favorevole e accettai. Mi inserii immediatamente. Quindi passai all’Afragolese dove sono rimasto per cinque anni vincendo due campionati».

Il suo sogno, però, era quello di allenare il Napoli. Come mai non è riuscito a realizzarlo?

«È una ferita che stenta a cicatrizzare. Ferlaino aveva nominato Antonio Iuliano direttore generale. Avevamo giocato insieme per molti anni . Credevo di avere le carte in regola per potere aspirare al ruolo di allenatore considerato che avevo vinto cinque campionati nelle categorie minori, ma Antonio scelse un mio compagno del super corso solo perché aveva allenato in serie C. Gli chiesi di farmi fare il suo secondo ma ebbi “il gran rifiuto”. Eppure ero stato apprezzato da tutti. Perfino Boniperti, giovane dirigente della Juventus, si era complimentato con me per i traguardi che avevo raggiunto».

Quando ha smesso di allenare?

«Nove anni fa, a 70 anni. L’ultima squadra che ho allenato è stata l’Avezzano».

Se la chiamassero rientrerebbe nel mondo del calcio?

«Non lo posso escludere, ma certamente non come allenatore ».

di Mimmo Sica

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