Martedì 11 Dicembre 2018 - 10:59

Massimiliano Gallo, un artista a tutto tondo

Massimiliano Gallo (nella foto) ha esordito nel teatro a cinque anni. Da allora ha fatto tutta la gavetta che gli ha consentito di affermarsi nel teatro, nel cinema e nella televisione. Contrariamente a quanto è facile pensare, non ha iniziato con il padre, l’indimenticabile Nunzio Gallo, ma con la madre, Bianca Maria Varriale, anche lei attrice di compagnie importanti come quella di Eduardo e quella di Nino Taranto.

«Quando mamma abbandonò l’attività per dedicarsi completamente a noi quattro fratelli, per mantenere vivo il suo grande amore per il teatro creò una compagnia di bambini tra quali c’ero anche io. Facevamo gli spettacoli d’estate quando finiva la scuola. Finito il liceo classico, a poco più di 17 anni, entrai nella compagnia di Carlo Croccolo e debuttai con “Tartufo” di Molière a Roma. Subito dopo fondai con mio fratello Gianfranco la nostra compagnia con la quale abbiamo debuttato, nel 1988, con “Fratelli d’Italia” al Teatro Diana».

Il suo percorso artistico è caratterizzato dal fatto che ha interpretato sempre ruoli diversi e importanti. Come lo spiega?

«Per due motivi fondamentali. Il primo è che ho avuto la fortuna di fare sempre grandi spettacoli. Con il compianto Carlo Giuffrè ho portato in scena “Non ti pago” e poi “Natale in casa Cupiello”. È stata una rappresentazione storica perchè non si era mai fatta senza Eduardo. Interpretavo “Nennillo”, che non era, però, il solito ragazzo svogliato al quale si era abituati, ma lo avevo reso quasi autistico e per questo fui molto apprezzato dai critici teatrali. Poi ho partecipato a “Scugnizzi”, un musical di grandissimo successo. Quindi ho recitato nei lavori di Vincenzo Salemme che hanno avuto anch’essi moltissimi consensi. Con mio fratello Gianfranco ho condiviso l’altra parte della mia carriera, dal 1987 in poi, con altri successi tra cui “Francesca da Rimini” ».

Il secondo motivo?

«Sono convinto che l’attore deve sapere fare tutto, sia in teatro che in televisione. Per questa ragione ho portato in scena personaggi che mi consentissero di mettermi in gioco, di verificare le mie capacità e che mi aiutassero a cescere. Sono passato dalla farsa a Molière, poi al teatro sperimentale, quindi a Shakespeare, che ho interpretato alla Galleria Toledo con “La bisbetica domata” con Laura Angiulli. In questo desiderio di “sapere fare tutto” grande merito va agli insegnamenti dei miei genitori che da subito vollero che stessi dietro le quinte per imparare tutti i ruoli, inclusi quelli tecnici e il mestiere del direttore di scena. Il loro obiettivo era quello di avviarmi alla formazione per potere, in futuro, condurre una compagnia ».

Attore di teatro, di cinema e di televisione. Quale trova il più difficile?

«Sono due mondi diversi con due tecniche agli antipodi. Quando si parla di teatro normalmente si dice che è più difficile rispetto al cinema perchè c’è il pubblico e non si può sbagliare perchè non esiste la possibilità di correggersi. È una verità a metà. In teatro c’è una consecutio temporale per cui l’attore ha il tempo di carburare, di aggiustare il personaggio a mano a mano che lo sta interpretando e c’è il piccolo vantaggio di “nascere e morire” quella sera. Quando si sta sul set le cose cambiano perchè la priorità diventa la location. Se ad esempio occorre girare scene in uno stesso posto, lo si fa di seguito senza tenere conto della loro successione cronologica. Si gira, insomma, con una storia completamente frammentata la cui consecutio sta solo nella mente del regista. È un lavoro molto difficile che trovo di estremo interesse perchè richiede una concentrazione assoluta e una grande capacità introspettiva. Il set, poi, è fatto di grandi attese, anche di ore, e quando vieni chiamato a girare ti devi “accendere” immediatamente».

Si dice che il teatro è la casa dell’attore e il cinema quella del regista. La pensa così?

«Anche questa è una verità a metà. Perchè se è vero che il film ce l’ha in testa solo il regista e l’attore lo capirà nella sua totalità solo quando lo vedrà, è altrettanto vero che nessun regista, almeno per quanto mi riguarda, si è rifiutato di ascoltare una mia proposta e di condividerla se l’ha ritenuta valida».

Negli ultimi anni è stato protagonista al Festival del Cinema di Venezia.

«Due anni fa ho stabilito un record perché ho rappresentato, come nessun altro, tre film: “Nato a Casal di Principe” di Bruno Olivero, “Veleno” di Diego Olivares, e “Gatta Cenerentola” in versione cartoon diretto da Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone, ispirato a Basile e De Simone. L’anno scorso sono tornato con “Saremo giovani e bellissimi”. Grandissima soddisfazione perché il Festival di Venezia, per me, è il più importante».

Molti film nelle sale l’anno sorso, ma anche importanti riconoscimenti. Ce li ricorda?

«Sono usciti nelle sale sette film. Per quanto concerne i premi, ho ritirato la Maschera d’oro, come attore non protagonista per “Il sindaco del rione Sanità” firmato da Mario Martone; il Nastro d’argento per la legalità per il film “Nato a Casal di Principe”; il Ciak d’oro Best Comedian per “Sirene”, di Ivan Cotroneo, andato in onda su Rai 1».

È terminata da poco la seconda serie de “I bastardi di Pizzofalcone” che ha riscosso, ancora una volta, uno strepitoso successo. Qual è il segreto di questa produzione televisiva?

«Napoli ha un patrimonio attoriale allucinante. Non ce lo diciamo spesso ma gli attori napoletani sono tra i migliori al mondo. Alessandro D’Alatri, il regista di questa seconda produzione, è riuscito meglio di tutti a immergersi nel tessuto sociale di questa città. É venuto a Napoli e ha voluto incontrare e conoscere tutti gli attori, anche chi diceva tre battute. Sono orgoglioso di aver dato una mano a creare un prodotto così importante perché ha fatto vedere Napoli nella sua realtà. C’è la polizia, ci sono case importanti, c’è bella gente. Poi esiste anche la delinquenza come in qualsiasi città di ogni parte del mondo. Su Napoli i luoghi comuni si sprecano per cui vivaddio che c’è una serie televisiva con questa visibilità. Sono convinto che la fiction girerà il mondo».

Alessandro Gassman è diventato nei giorni scorsi cittadino onorario di Napoli. Il suo commento?

«Un riconoscimento più che meritato. Mi sono congratulato con lui privatamente e sui social. Alessandro si è avvicinato a questa città con grande rigore e rispetto perché voleva capirla. Inizialmente ha ammesso di avere avuto qualche difficoltà, ma poi con grande sapienza, piano piano, si è fatto abbracciare da Napoli e dai napoletani. Quando siamo stati a Venezia per “Gatta Cenerentola” ogni volta che lo intervistavano, spontaneamente dichiarava che Napoli è l’unica città che è riuscita a superare la crisi sociale attraverso la cultura».

La pensa allo stesso modo?

«Credo che a Napoli ci siano centinaia di set cinematografici in piedi, nazionali e internazionali. Tutti vogliono girare a Napoli perché Napoli è un valore aggiunto anche cinematograficamente».

Ma i napoletani secondo lei ne sono consapevoli?

«Dico sempre agli addetti ai lavori che dobbiame mettere tutto a regime. Il cinema è un’industria e bisogna creare sistema. Con l’intervento economico programmato dalla Regione Campania per gli anni a venire, si è dato un input importante per far capire che il cinema anche a Napoli può diventare un’industria. I set arrivano e ci sono le capacità professionali per accoglierli».

Il suo consiglio ai nostri concittadini?

«Dobbiamo smettere di sforzarci di essere per forza e sempre simpatici a chi viene da fuori. Quando vado ospite nelle trasmissioni sono sempre naturale al punto che mi dicono: “Non sembri un napoletano”. Vorrebbe essere un complimento ma non lo è. Abbiamo abituato il mondo intero a vederci sempre allegri, chiassosi, compagnoni, perché solo in questo modo ci sentiamo accettati. Abbiamo tante potenzialità e poi i problemi stanno dappertutto. Non dobbiamo giustificarci con nessuno. Sono gli altri che devono farlo con noi, a partire dalle istituzioni a livello nazionale».

Quali sono i suoi prossimi impegni?

«Sto su tre set. Per la televisione sto girando “Le avventure di Imma” con la regia di Francesco Amato. É una serie dove sono il protagonista. Mia moglie è un Pm interpretato da Vanessa Scalera. Stiamo girando a Matera e siamo entrambi materani. Poi sto girando con Mario Martone “Il sindaco del Rione Sanità” che è uguale allo spettacolo teatrale. Ancora, sto girando un film molto importante con Ivano De Matteo, che ritengo sia tra i più bravi registi italiani. Ci alterniamo tra Bassano del Grappa per gli esterni e Roma per gli interni. Si chiama “Villetta con ospiti”. A gennaio prossimo sarò con mio fratello Gianfranco al Teatro Augusteo con “Francesca da Rimini”, grande successo dei fratelli Giuffré che portiamo in scena da trent’anni. E ancora più attuale dopo la morte di Carlo. Sarò poi al Teatro Stabile- Teatro Nazionale con “Medea di Portamedina” di Laura Angiulli. Ho un progetto che andrà avanti nel 2019-2020. É uno spettacolo di Maurizio de Giovanni con la regia di Alessandro Gassman. Sarò il protagonista e andrà in scena al Teatro Diana. Sui contenuti è prematuro fare anticipazioni».

Dopo il finale devastante de “I bastardi di Pizzofalcone”, ci sarà una terza serie?

«Sicuramente, ma bisogna vedere chi si è salvato da quella spaventosa esplosione con cui è finita la seconda serie».

di Mimmo Sica

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