Domenica 17 Febbraio 2019 - 23:54

Una maestra del costume e della scena

Non c’è settore dello spettacolo nel quale Annamaria Morelli (nella foto) non abbia lasciato il suo segno. Dotata di spiccato talento, inizia un percorso artistico spaziando dal teatro d’avanguardia a quello scarpettiano, dalla televisione, al cinema, al balletto e all’opera. Scenografa e costumista sensibile alle istanze più profonde del teatro, al quale è legata da rapporto appassionato, si esprime con un linguaggio inconfondibile, fortemente evocativo ed insieme raffinato nei dettagli. Firma innumerevoli spettacoli con la regia di Roberto De Simone, Mariano Rigillo, lavora con Julian Beck, apostolo del Living Theatre, ha una intensa collaborazione con Carla Fracci e Beppe Menegatti e da molti anni con Renato Carpentieri. È destinataria di vari riconoscimenti tra cui il premio Positano Internazionale per l’arte della danza “Leonida Massine”, alla carriera nel 1995. Nel 2011 pubblica una monografia sulla sua intensa e lunga attività dal titolo “Annamaria Morelli - costumi e scenografie”. Per più di 30 anni ha insegnato discipline pittoriche al liceo artistico e all’istituto d’arte.

«Ho sempre amato disegnare fin da bambina, come tutti i bambini del resto. Guardavo mio padre dipingere e sognavo di diventare pittrice. Ma quello che disegnavo soprattutto da piccola erano abiti, mi inventavo sfilate di moda e davo nomi ai modelli che disegnavo. Una parte di questi disegni li ho ritrovati, erano disegni di una bambina, ma dopo tanto tempo li ho trovati speciali ».

Qual è stata la sua formazione scolastica?

«Dopo le scuole medie ho frequentato il liceo artistico e ho avuto la fortuna di avere come maestri, Armando de Stefano, Gianni Pisani, Raffaele Lippi e Nicola Spinosa. Sono stati anni importantissimi. Sognavo di diventare un’artista come i miei maestri».

Dopo il liceo, però, si iscrisse a scenografia. Perché?

«Lo feci su consiglio del pittore e allora mio professore, Gianni Pisani. Riteneva che questa disciplina fosse più completa e che mi avrebbe dato, in seguito, la possibilità di scegliere se fare la pittrice oppure intraprendere la strada del teatro».

Chi è stato il suo maestro?

«Il professore Franco Mancini. Ha seguito anche la mia monografia. Sono orgogliosa del giudizio che ha scritto su di me. Lo cito testualmente: “Se peraltro si mettono in conto le scarse opportunità offerte dall’ambiente teatrale partenopeo, c’è quanto basta per affermare che, grazie alla sua cospicua produzione, Annamaria Morelli può a buon diritto essere ascritta nel novero dei costumisti e degli scenografi che, tra gli ultimi decenni del XX secolo e i primi del XXI secolo, hanno contribuito a tener viva la luminosa tradizione della scuola italiana in questi fondamentali settori dello spettacolo” ».

Chi è lo scenografo?

«Un professionista che, oltre a rispettare il testo che gli viene proposto e le indicazioni del regista, deve anche fare sognare gli spettatori, creare mondi, atmosfere e magie. Quando ero molto piccola andai con i miei genitori al teatro San Carlo a vedere “Il Rigoletto”. Nel corso della rappresentazione, improvvisamente spuntarono nel finto cielo blu tante piccolissime luci luminose. Immediatamente le individuai come le stelle nel firmamento apparse per magia. Rimasi colpita, affascinata, e quell’immagine è ancora viva e presente nei miei occhi. Forse inconsciamente in quel momento è nato il mio amore per la scenografia. Quell’esperienza nel tempo mi ha anche insegnato che trasmettere emozioni e stupire il pubblico sono le cose più belle del nostro mestiere».

In concreto che cosa fa?

«Il lavoro dello scenografo è molto impegnativo e a volte duro, come d’altra parte lo sono tutti i lavori nel mondo dello spettacolo. Oltre alla fase creativa del progetto occorre seguirne la realizzazione. Per farlo bene bisogna avere la capacità di collaborare con le maestranze, dal falegname agli attrezzisti, dai pittori di scena agli elettricisti, dai tecnici delle luci a quelli del suono, e così via. Ciascuno di loro è un tassello indispensabile per la realizzazione del risultato finale, frutto dell’abilità dello scenografo nel ricreare ambienti, fondali e oggetti adattati al contesto, alla filosofia dell’opera e agli spazi, interni o esterni, di cui dispone ».

Lei è anche costumista.

«Sono una dei pochi professionisti in Italia che si interessa sia dei costumi che delle scene. Fare tutte e due le cose, comporta un grande impegno, ma il mio amore per il disegno e la pittura non mi ha mai abbandonato. Mi affascina molto inserire nella mia scena i costumi che ho disegnato perché con questa “contaminazione” ottengo un risultato visivo di grande effetto».

Ha fatto più cinema o più teatro?

«Amo molto il teatro per la sua immediatezza e il suo fascino. Per questo motivo ho concesso poco spazio al cinema e non mi sono impegnata a trovare altre occasioni oltre alle poche che mi sono state proposte. Ho girato un film con Philippe Leroy in Somalia. È stata una bellissima avventura in luoghi straordinari, ma anche molto pericolosi».

E la televisione?

«Ne ho fatta tanta, negli anni d’oro della Rai, quando i romanzi sceneggiati a puntate si realizzavano anche con riprese in esterni e quindi con tecniche cinematografiche. È stata un’esperienza fondamentale per la mia formazione di costumista».

Perché?

«Spesso i romanzi si realizzavano con una precisa e fedele ricostruzione storica. Non esisteva la registrazione e tutto era in presa diretta, con cambi di scena velocissimi. Non c’era ancora il colore ma solo il bianco e nero. Questo costringeva a fare uno studio particolare sui tessuti dei costumi per non rendere tutto uniforme. In quegli anni ho lavorato con grandi attori del calibro di Amedeo Nazzari, Renato De Carmine, Edmonda Aldini, Nando Gazzolo».

Il costumista è praticamente uno stilista?

«No, sono due mondi a parte. Lo stilista può dar spazio alla fantasia senza nessun condizionamento o limite. Oggi le sfilate di moda, sono diventate vere e proprie “performance” dove l’estro dello stilista è espresso al massimo senza limiti. Noi costumisti dobbiamo contenere la nostra creatività e fantasia, per attenerci alle richieste del regista, alla lettura del testo che andiamo a mettere in scena. Dobbiamo dare anima ai personaggi e mandare un messaggio immediato allo spettatore. È un lavoro di ricerca, di uno studio approfondito per far venir fuori la psicologia e l’animo dei personaggi. Ma questo comunque non ci impedisce di lavorare di fantasia ».

Quando ha cominciato a fare la costumista?

«Dopo una collaborazione con Roberto De Simone con la storica “Gatta Cenerentola”, la prima esperienza importante è stata “Caviale e lenticchie” con Nino Taranto e con la sua regia, per il teatro San Babila di Milano. Ero giovane e il maestro mi apprezzò molto. La sua stima mi inorgoglì enormemente perché era un artista estremamente esigente e un uomo molto rispettato. Poi mi richiamò il maestro De Simone per la “Festa di Piedigrotta” di Raffaele Viviani e fu un altro successo professionale. La collaborazione con lui è andata avanti nel tempo».

Quindi il magico mondo della danza con Carla Fracci e Beppe Menegatti.

«È stata una grande e lunga esperienza sia come scenografa che come costumista. Il mondo della danza, allora nuovo per me, è ricco di fascino e mi ha fatto incontrare danzatori e coreografi di tutto il mondo di altissimo livello. Un aneddoto che ricordo con piacere è quando al teatro alla Scala di Milano, per soddisfare le esigenze tecniche e creative di Carla Fracci, riuscii a disegnare e realizzare 13 paia di sandali quasi in un giorno solo. Questo per dire che bisogna puntare sempre al massimo e darsi completamente, lì dove i grandi artisti lo richiedono. Lo spettacolo fu un successo».

Che cosa apprezza di più del suo lavoro?

«Le molteplici e bellissime esperienze con numerosi registi e attori. Per non parlare, poi, dei giovani assistenti, che mi hanno seguita nei tanti spettacoli e che, dopo aver imparato, hanno preso il volo e hanno fatto carriera. Sono persone che ti rimangono nel cuore, perché nel nostro mestiere faticosissimo dove non esistono feste e scuse per non lavorare, il lavoro di squadra, il rapporto umano che lo sottende, oltre l’adrenalina del successo, sono la cosa più bella che conservi ».

Non ha mai voluto lasciare Napoli. Questo l’ha penalizzata?

«No, perché ho fatto degli incontri straordinari. Ho conosciuto Achille Millo, Mario Scarpetta, Dolores Palumbo, Renato Carpentieri, Julian Beck, Philippe Leroy, Sergio Castellitto, Elio Pandolfi, Franca Valeri, Leyla Genger, grande cantante lirica. Ma non sto qui a farle un elenco, sarebbe troppo lungo».

Ha scritto una monografia dove parla della sua vita passata in teatro.

«Solo di una parte per la verità. Per raccontarla tutta occorrerebbe almeno un altro libro. Ci sto pensando e non è detto che non lo faccia anche perché pochi conoscono veramente il nostro mestiere».

Qual è l’esigenza che avverte più pressante delle altre?

«Trasmettere in modo sistematico la mia esperienza e fare in modo che nozioni, regole, e segreti di questo splendido mestiere, possano essere compresi e conosciute dai giovani colleghi. Spesso, confrontandomi con loro, avverto una differenza di cultura visiva e di approccio pratico alle soluzioni creative. Il mio metodo di lavoro proviene da una tradizione teatrale italiana ed europea, fondata sul disegno a mano e sulla competenza dei materiali, oltre che su un’attenta analisi dei contesti storici inerenti alle storie che racconto. Questo metodo andrebbe fissato in un processo di trasmissione e apprendimento e messo a disposizione dei ragazzi che sognano come ho sognato io».

Su che cosa sta lavorando ora?

«Sto preparando con Pino Carbone, giovane regista ricco di talento, che ho amato e apprezzato subito, un testo a mio avviso impegnativo, “Assunta Spina”. Debutterà al teatro San Ferdinando il 7 febbraio prossimo. Rientra nella programmazione del nostro Teatro Stabile-Teatro Nazionale».  

di Mimmo Sica

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