Venerdì 20 Ottobre 2017 - 12:31

Università: centro di eccellenza o di potere?

Settembre, tempo di ripresa lavorativa e scolastica, ma anche di ammissioni ai corsi di laurea. Ma una selezione tanto rigida ripaga? Ne abbiamo discusso col prof. Benedetto De Vivo, già nostro ospite abituale e cattedratico presso l’Università napoletana Federico II. «Gli ex-rettori della Federico II, Massimo Marrelli e Guido Trombetti, in un intervento su La Repubblica-Napoli (9/9/17) sul numero chiuso nelle università, nel condannare sostanzialmente questo meccanismo perverso, lo “giustificano” con una serie di necessità (mancanza di docenti, di spazi e altro), sulle quali non si può non concordare. Per ovviare a tutto questo richiedono maggiori risorse, perché negli ultimi anni “negli Atenei si è investito poco e tagliato molto, e che quindi occorre un piano pluriennale per rimediare”. Di nuovo tutto giusto, ma si risolve il problema con il “piove, governo ladro”. I due ex-rettori non fanno un minimo cenno di autocratica su tutto il marcio che presiede a tante scelte dell’Accademia. In miei ripetuti interventi ho sempre messo al centro di tutta la problematica dell’università la necessità inderogabile di mettere in atto una politica che dovrebbe privilegiare assolutamente il merito, rispetto alla quale è fondamentale il ruolo dei professori all’interno degli atenei. In altro suo intervento Trombetti (La Repubblica-Napoli, 3/8/17) annunciava una “bella idea” del Rettore Manfredi: “creare” una Normale del Sud. Oggettivamente sembrerebbe una “bella idea”, ma penso proprio che non ci sia nulla di nuovo o sconvolgente. Da quanto scriveva Trombetti si tratterebbe di “invitare” professori eccellenti mondiali da fare venire a Napoli per tenere dei corsi, in non precisate discipline. Prima di entrare nel merito di questa “idea” (non mi sono chiari i dettagli dell’operazione), gli eccellenti stranieri in Italia non ci vengono, come ho avuto modo di commentare di persona con lo stesso Trombetti, per 2 precisi motivi: 1. perdita secca di almeno il 50% del loro stipendio rispetto a quanto percepiscono nei loro Paesi; 2. all’estero si ricevono fondi di ricerca, essenzialmente, sulla base del merito (con qualche non meritevole, che passa fra le maglie; in Italia, succede l’esatto contrario). Comunque, se è pur vero che le risorse disponibili sono poche, anche grazie alle pessime performance e alla mancanza di scelte innovative della Federico II, si può entrare nel merito di come sono state spese nel recente passato appunto le oggettive scarse risorse nella Federico II? Come sono spese, per esempio, le risorse elargite ai tanti Centri di Competenza (da me sempre, ripetutamente, definiti Centri di Appartenenza) o anche ai Pon (Progetti Operativi Nazionali)? A fronte di quali risultati si elargiscono fondi? I rettori non dovrebbero forse vigilare e intervenire quando nelle loro strutture si procede alla promozione di non meritevoli, spesso in totale spregio alle leggi, che il legislatore si sforza di produrre per cercare di eliminare storture palesi? Non è forse la sommatoria di questi comportamenti poco virtuosi che spiega, in parte, anche il perché del fallimento della Federico II, fotografata dalla classifica Censis? In svariati miei precedenti documenti ho sempre sostenuto che la Federico II dovrebbe introdurre elementi propulsivi di cambiamento e di sviluppo guardando dentro sé stessa in maniera non autoconsolatoria e più lucidamente autocritica: a) eliminando i raggruppamenti scientifico-disciplinare (Ssd), o almeno minimizzando i connessi deleteri effetti; b) promuovendo un processo di internazionalizzazione reale, non riducendolo ad uno slogan; c) facendo distinzione fra la Teaching University rispetto alla Research University (Graduate School); d) regolamentando l’accesso al Dottorato di Ricerca sulla base di un test internazionale (vedi modello Gre degli USA), aperto ad italiani e stranieri, senza alcun vincolo, laddove prima dei Dottorandi vanno selezionati i Tutori su basi di merito. Il Rettore della Federico II, invece di proporre fughe in avanti, tipo la “creazione di eccellenze” come la Normale del Sud, si adoperi a intervenire su quanto è in potere di fare sui punti sopra richiamati. La ricerca forzata delle eccellenze diventa un falso problema, perché un sistema basato su di una formazione di base elevata, le eccellenze le produce spontaneamente». mi_sa@inwind.it

di Michele Sanvitale

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