Martedì 11 Dicembre 2018 - 4:24

Greco, Coda di Volpe e Fiano in un unico vino

Le storie belle e le storie grandi, nell’universo del vino più che nel mondo della cucina, hanno sempre a che fare con grandi passioni, grandi intuizioni, grandi uomini. Paolo Clemente ha a disposizione un solo ettaro di vigneto, allevato già dal padre, in una posizione magnifica della valle caudina, nel territorio di San Martino. Pendenza, esposizione, paesaggio. Valicata la soglia del vigneto, innanzi agli occhi, giusto di fronte all’appezzamento, si impone la maestosità delle cime del Partenio, ma stringendo lo sguardo, come a zoomare su quest’altra parte del vallone, ci si illanguidisce. I tronchi delle vecchie vigne, tutte orientate a sud, e i pali di sostegno disegnano una curva, traslando a mezz’aria il profilo del pendio dolce della collinetta. Così finisce che le vigne paiono abbracciare la terra. È da invidiare quel terreno per tutte le coccole che riceve; non bastasse l’amplesso delle viti, arrivano, perenni e indisturbati, i baci vivificanti del sole diretto e, per finire, la cura premurosa del proprietario. Già, perché Clemente, incuriosito dalle pratiche agricole elaborate dal teosofo Steiner, le ha approfondite con studi specifici. Più che le teorie, però, poté l’esperienza: “aveva piovuto quel giorno e quello precedente, nessuno si sarebbe avventurato col trattore, destinato ad affondare nel terreno. Su quei terreni curati secondo le pratiche biodinameiche, invece, la pesante macchina andava. La terra pareva un tappeto elastico, cedeva ma reggeva, camminandoci pareva di rimbalzare”. Con queste parole Clemente racconta il giorno in cui rimase definitivamente catturato dalla biodinamica e decise di importarla come pratica anche nel proprio piccolo vigneto, oggi certificato Demeter, l’associazione che controlla il rispetto delle pratiche biodinamiche. Sapeva, però, che non bastava la cura naturale della terra per arrivare a un buon vino, così, studiò le potature e cercò suggerimenti, trovandoli, tra i tanti produttori consultati, in Antoine Gaita, forse il più grande artigiano del vino che la Campania abbia conosciuto, imperturbabile sostenitore della longevità dei bianchi. Oggi, Vallisassoli, così si chiama l’azienda, che ha mutuato il nome dal toponimo della località in cui giace il vigneto, ereditando quell’esempio, ha in bottiglia il 2013 e il 2014. Solo un bianco, denominato semplicemente 33/33/33, solo da blend di Greco, Coda di Volpe e Fiano. S’intuisce sin dai vitigni la complessità del vino, che si potrebbe addirittura sospettare eccessiva fino alla baraonda. Sennonché l’esito del processo di trasformazione, artigianale, ma controllato con ponderatezza e chiarezza di obiettivi, conduce a un vino capace di esprimere, al contempo, la personalità del produttore, mite e risoluto, e la bellezza delle uve, frutto di una terra viva e solare. Il 2013 si presenta di un paglierino seducente per intensità e vivacità. Il vino è limpido per naturale decantazione, odoroso prevalentemente di frutta gialla e fiori bianchi, sbocciati appena dopo una mineralità pungente, il bouquet è campestre senza essere vegetale. La vitalità dei terreni si ricompone nell’immaginario prodotto dalle sensazioni odorose sotto forma di campo fiorito. In bocca è quasi masticabile e deve essere una delle sensazioni effetto dei due anni di maturazione sulle fecce. Morbido e fresco al contempo, è un vino vigoroso, che chiude un con una persistenza lunga, salina e ammandorlata. La descrizione dei vini deve parlare a tutti e ancorarsi a un linguaggio tecnico riconosciuto. I grandi vini, però, meglio sono rappresentati da immagini. Il 2013 di Vallisassoli, allora, può tradursi con l’immagine della discussione istruita, lunga e pacata, innanzi al calore un camino, tra due maturi signori di campagna che non hanno mai saputo limare le impunture dei rispettivi caratteri. Profondamente diverso si presenta il 2014 che non pare un vino prodotto in un’annata tragica. Quantità ridottissime, vino concentrato, quasi dorato, brillante, opulento e carezzevole, più equilibrato del 2013. Dà l’idea di essere ancor giovane dopo quattro anni e di avere una lunga vita innanzi a se, su per una via che può condurre all’eccellenza pari a quella di una sinfonia di Mahler. Una menzione particolare, per finire, all’etichetta che riproduce l’antica mappa della zona di produzione, disegnata a mano in un antico catasto nobiliare, appartenente al duca Pignatelli della Leonessa. Vallisassoli di Paolo Clemente Via Tufara Scautieri, San Martino Valle Caudina (Av) 333 994 2832 33/33/33 - € 25 franco cantina

di Antonio Medici

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