Martedì 25 Settembre 2018 - 20:12

Nuove indicazioni in etichetta

È entrata in vigore il 5 aprile scorso, dopo un periodo transitorio di 180 giorni, la norma contenuta nel decreto legislativo 145/2017 che impone in Italia l’obbligo di indicare sull’etichetta dei prodotti alimentari la sede e l’indirizzo dello stabilimento di produzione o, se diverso, di confezionamento. Il periodo transitorio era stato disposto per consentire alle aziende, in parte critiche verso il provvedimento, di smaltire le scorte di etichette già stampate alla data di emanazione del decreto. Su tutti i prodotti preimballati destinati a consumatori finali e comunità, dunque, si troverà l’indicazione della località dove ove insiste lo stabilimento e, nel caso in cui l’informazione non fosse sufficiente ad una identificazione agevole ed immediata dell’impianto produttivo, anche del suo indirizzo. La norma per un verso realizza un passo ulteriore verso la trasparenza delle informazioni sul contenuto dei prodotti alimentari, cui i consumatori sono divenuti particolarmente sensibili, per altro assicura l’identificazione e localizzazione immediata delle unità produttive interessate nei casi in cui si rendessero necessari interventi a seguito di allarmi per la sicurezza alimentare. Le sanzioni previste per la violazione della nuova normativa arrivano a 15mila euro. La disciplina è di esclusiva emanazione italiana e pertanto si applica solo alle imprese operanti in Italia. In ossequio alle norme europee sul libero scambio e a quelle dei tratti commerciali internazionali sottoscritti o ratificati dall’Italia, l’indicazione del luogo di produzione o di confezionamento resta non obbligatoria per i prodotti alimentari fabbricati o commercializzati in un altro Stato membro dell’Ue o in Turchia o fabbricati in uno Stato membro dell’Associazione europea di libero scambio (Efta). L’introduzione della nuova disciplina fa seguito a quella, sempre solo italiana, entrata in vigore a febbraio, che ha imposto l’indicazione in etichetta del Paese di coltivazione e di quello di molitura per il grano, di quello di coltivazione, di lavorazione e di confezionamento per il riso. Non si dichiarano tutti ancora soddisfatti delle nuove normative. Le aziende lamentano l’appesantimento degli obblighi a loro carico che costituiscono uno svantaggio competitivo rispetto ai competitor internazionali che non soggiacciono alle nuove norme. Per altro verso le organizzazioni dei coltivatori diretti e quelle che si occupano di gusto, cibo e consumatori salutano con moderata soddisfazione la maggiore trasparenza realizzata dalla normativa ma non dimenticano di sottolineare la necessità dell’indicazione di origine di tutti gli ingredienti dei prodotti alimentari. Secondo dati Coldiretti, la associazione dei coltivatori diretti che raccoglie il maggior numero di adesioni in Italia e che ha avviato una mobilitazione nei confronti della Unione Europea sotto l’hashtag #stopcibofalso, il 96% dei consumatori ritiene la conoscenza dell’origine degli ingredienti determinante per le proprie scelte di acquisto dei prodotti alimentari. Gaetano Pascale, presidente nazionale di Slow Food, afferma che «un’etichetta più trasparente dovrebbe riportare non soltanto le informazioni sull’origine ma anche una descrizione accurata e comprensibile dell’intero processo produttivo. È il concetto che sta alla base della proposta dell’etichetta narrante». Il percorso verso la piena trasparenza dell’etichetta dei prodotti alimentari è ancora di là da venire, intanto si registrano positivi passi aventi compiuti nel nostro paese.

di Antonio Medici

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